Maya


| Storia e territorio | Periodo preclassico | Periodo classico | Periodo post classico |
! La civiltà Maya ! Cultura e sviluppo ! La religione ! Astronomia e contraddizioni !

Nel 2012 i Maya furono al centro dell’attenzione globale, per una presunta profezia sulla fine del pianeta. Una storia che ha gettato non poco ombre sulla credibilità di questo popolo.
Eppure i Maya furono la più evoluta civiltà dell’America precolombiana. Furono anzi la civiltà più avanzata, florida e raffinata forse dell’intero continente americano, superiore ai sanguinari Aztechi.

Tra le cosiddette civiltà precolombiane, i Maya sono l’enigma più grande per gli storici: una civiltà così fiorente nonostante grosse lacune tecnologiche, è andata però a scomparire in pochissimo tempo e in circostanze poco chiare. Inoltre, la straordinaria conoscenza degli astri e dell’aritmetica, gettano sui Maya un alone di mistero che tutt’oggi affascina gli studiosi.

Una popolazione giunta da Nord intorno al 2000 a.C che abbandonò lo stile di vita nomade e si stanziò nell’area compresa tra lo Yucatan (Messico) e l’odierno Guatemal.
indietro2


STORIA E TERRITORIO

Gli studiosi hanno suddiviso la storia dei Maya in tre fasi principali, datate tra il 2° millennio a.C. circa e il 16° secolo, denominate periodo preclassico, periodo classico e periodo postclassico.

Il territorio Maya (in lingua indigena Mayab, da cui il nome di questo popolo) è vasto e diversificato, compreso com’è tra la costa del Pacifico con i suoi bassopiani tropicali – alla quale fa seguito a nord la regione degli altipiani con altezze tra 800 e 4.000 m – e le aride pianure dello Yucatán affacciate sul Mar caribico.

indietro2


Il periodo preclassico: la nascita di una civiltà complessa

Il periodo precalssico, molto antico, risale al periodo 2500 a.C, quando nel Mediterraneo orientale c’erano gli Egizi al culmine della loro potenza.

Il corso della storia maya sembra avere seguito nel tempo un movimento di ascesa verso nord: i primi insediamenti erano infatti localizzati nell’entroterra della costa pacifica (con suoli molto fertili e adatti alla coltivazione di importanti prodotti, come per esempio il cacao) o lungo il litorale, dove potevano essere sfruttate le risorse marine.

 I piccoli villaggi divennero con il tempo insediamenti stabili in cui apparvero imponenti edifici pubblici: ciò segnala la presenza di una società al cui vertice era una élite in grado di mobilitare lavoro collettivo e risorse da destinare a opere pubbliche.
Il principale fattore di coesione sociale deve essere stato quello religioso, come attesta la presenza di templi e di un’arte in cui appaiono divinità connesse con i fenomeni naturali. Fu forse proprio per esigenze di culto che vennero sviluppandosi le prime forme di scrittura, presenti su stele di pietra che riportavano datazioni di eventi di carattere religioso e politico.

La fase preclassica o Formativa arriva fino al 150 – 250 d.C., cioè un periodo che in Europa vede fiorire la civiltà greca soppiantata lentamente, almeno a livello militare, soprattutto in Italia e nel vicino oriente, dalla potenza romana, che si è appena liberata di Cartagine.
indietro2


Il periodo classico: l’apogeo culturale

maya-10Il periodo classico si fa iniziare intorno al 250 a.C. All’elaborazione di un’evoluta forma di scrittura e di un calendario si affiancò la crescita degli insediamenti: i centri urbani divennero numerosissimi, organizzati secondo un modello che vedeva al centro dell’insediamento un complesso religioso dove si concentravano imponenti strutture di pietra a gradoni (le cosiddette piramidi, anche se si tratta di piattaforme sovrapposte di dimensioni decrescenti).

La più alta piramide maya, quella di Tikal in Guatemala, si erge per circa 70 m: il sacerdote che appariva dall’alto di queste strutture – che nel paesaggio pianeggiante dovevano sembrare come una sorta di montagne artificiali – e si affacciava sulla piazza colma di fedeli generava un forte impatto visivo, affermandosi come potente personificazione del sacro. Intorno al centro cerimoniale sorgevano edifici pubblici e amministrativi, e all’esterno di questo anello le abitazioni degli individui comuni.

Fu nel corso di questi secoli che le città maya iniziarono a competere le une con le altre, contendendosi spesso territori, beni e primati artistici. Proviene da Copán (Honduras) una delle più dettagliate testimonianze sulle lunghe sequenze dinastiche che videro i centri ampliarsi e i sovrani celebrare le loro vittorie con l’erezione di stele e monumenti (come la superba Scalinata dei geroglifici).

Il culto delle dinastie regnanti è esemplificato anche nella cripta del re Pacal, posta a 22 m di profondità sotto il pavimento del Tempio delle iscrizioni: il sovrano era stato deposto in un sarcofago di pietra chiuso da una lastra incisa su cui egli era ritratto mentre scendeva verso il regno dei defunti. Un condotto sotterraneo collegava il sarcofago al pavimento del tempio, quasi come un espediente magico perché i vivi restassero in contatto con il defunto

Il periodo classico si estese fino al 900 d.C., di massima fioritura, mentre in Europa l’impero d’Occidente conosce un periodo di calma cui segue il collasso e la nascita dei regni romano-barbarici fino all’affermazione dei Franchi.
indietro2


I Maya del periodo postclassico.

 il periodo post-classico che arriva fino alla conquista spagnola (1500).  
Molte città maya entrarono in una fase di declino: cessarono di essere costruiti edifici monumentali e non vennero registrati più su stele e monumenti datazioni ed eventi storici. A tale involuzione corrispose nei secoli successivi una crescita nel numero e nelle dimensioni degli insediamenti dello Yucatán.

L’arrivo degli Spagnoli pose fine alla civiltà maya nella forma in cui noi la conosciamo attraverso le ricerche archeologiche: la conquista fu però resa difficile dall’isolata posizione geografica dell’area e dalla resistenza opposta da alcuni centri, come le città di Mayapán e di Tayasal che furono le protagoniste di quest’ultima fase della storia indigena.

Gli Spagnoli  soggiogarono questa popolazione nascosta nella giungla, ma ormai era solo un ricordo della magnificenza che aveva vissuto nel passato.

Dagli studi e i ritrovamenti archeologici infatti si è calcolato infatti che tra il 760 e il 930 d.C, una delle più grandi civiltà della Terra entrò in un declino tanto veloce quando inspiegabile:  le grandi città divennero in pochi decenni cumuli di macerie e gli abitanti degli altipiani migrarono o sparirono nel nulla.
indietro2


LA CIVILTÀ MAYA

L’espansione dei Maya non avvenne come un Impero unitario, ma attraverso la fondazione di numerose città-stato, le quali, nonostante la lingua e la religione comune, rimanevano molto indipendenti tra di loro anche se non pare che siano mai sorte grandi rivalità o guerre intestine (come invece accadeva nell’antica Grecia!).

All’interno di questi centri urbani, la vita era regolata da un’élite (cioè la classe dominante) di nobili e sacerdoti, al di sopra dei quali stava un re che veniva venerato come un semidio.

Il resto dei comuni cittadini era composto perlopiù da coltivatori di mais (cereale che era ancora sconosciuto nel resto del pianeta), artigiani e mercanti, i quali, nonostante l’assenza di cavalli (non esistevano in America, così come la ruota!), riuscirono a tracciare fitte rotte commerciali su grandi distanze!
indietro2


CULTURA E SVILUPPO

Fagiolicacaomais e monili  erano gli elementi alla base della vita quotidiana e del commercio dei Maya, i quali erano anche abili incisori (numerosi i reperti su pietra giunti da iscrizioni e templi) e intagliatori di oro, metallo che però ebbe un valore esclusivamente decorativo, poiché nella loro cultura non era contemplata la moneta.

Le guerre, per quel che ne sappiamo, non erano molto frequenti ma quando si decideva di espandersi o proteggersi da un nemico, i nobili che detenevano il potere militare si mettevano alla testa di eserciti ben disciplinati, composti da soldati e comuni cittadini chiamati alle armi, e si lanciavano nel combattimento equipaggiati di archi, frecce, lance e rudimentali spade.

Al fianco di certi elementi di arretratezza però, i Maya furono capaci di dare vita ad una vera civiltà “monumentale”, poiché al fianco delle case e magazzini dei cittadini comuni (in legno e fango), costruirono numerosi ed imponenti edifici in pietra, destinati alla corte del re e alle funzioni religiose.
indietro2


LA RELIGIONE

maya-5La religione era un elemento molto importante della vita quotidiana e per secoli i Maya si impegnarono nel costruire monumenti e palazzi in onore di divinità della natura che favorissero la loro felicità.
Molto famose, ad esempio, le piramidi che furono erette per il dio Sole, le quali sono molto simili a quelle presenti in Egitto e in Mesopotamia, cosa che ancora oggi solleva parecchi interrogativi tra gli studiosi.

I Maya pensavano che il loro mondo fosse un intermezzo tra il Cielo delle divinità e l’Inferno, dimora di mostri spaventosi che portavano siccità e carestie; gli dei dovevano dunque essere propiziati ogni giorno con rituali e offerte che favorissero la benevolenza divina e l’arrivo delle piogge, elemento fondamentale per la vita.
indietro2


ASTRONOMIA E CONTRADDIZIONI

Una delle tante contraddizioni che la storia ci ha riportato sui Maya riguarda il loro sviluppo tecnologico e culturale: se da un lato infatti non si ebbero mai grandi innovazioni in campo agricolo (l’aratro era sconosciuto) e tecnologico, come fecero a diventare così grandi coltivatori e, soprattutto provetti matematici e astronomi?

Il forte rapporto tra Maya e divinità celesti è infatti frutto di una conoscenza all’avanguardia dell’astronomia: senza telescopi e strumenti sofisticati, erano riusciti a stilare un calendario solare molto più preciso di quello europeo composto da 365,242 giorni (sbagliando di appena 17 secondi sulla reale lunghezza del periodo di rotazione della Terra!).

Al fianco di queste esatte misurazioni, i Maya ricavavano premonizioni su eventi atmosferici ed eventi futuri.
indietro2


Una strana ombra

maya-14Una strana ombra si stiracchia lungo 91 scalini e si congiunge con una testa di serpente in pietra: è questo lo spettacolo a cui ogni anno corrono ad assistere migliaia di persone in Messico, nel sito archeologico di Chichen Itzà, in occasione dell’equinozio di primavera per aspettare il ritorno sulla terra dell’antico dio serpente piumato, Kukulkán.

Il movimento apparente del sole, infatti, proietta un’ombra a forma di rettile lungo la scalinata nord della piramide, interpretata proprio come l’arrivo di Kukulkán.

Questo speciale appuntamento si ripete sia in occasione dell’equinozio di primavera che durante quello di autunno, e rappresenta un momento importantissimo della tradizione May.
indietro2


homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Ambiente, Misteri, Scienza | Contrassegnato | 1 commento

Egitto, ritrovata a Luxor la ‘città d’oro perduta’

Dalle sabbie del sud dell’Egitto, a Luxor, è emerso per caso un nuovo affascinante pezzo di archeologia: un insediamento di oltre 3.000 anni fa senza precedenti a livello di dimensioni e soprattutto con una fama tra gli specialisti che ha consentito di ribattezzarlo subito “la città d’oro perduta”. E connotarlo con almeno tre misteri archeologici.

Potrebbe essere la seconda scoperta archeologica più importante mai fatta dopo il ritrovamento della tomba di Tutankhamon,

“Il Sorgere di Aten”, questo il nome completo dell’insediamento secondo un comunicato del ministero delle Antichità egiziano, inoltre sarebbe la “più grande città mai trovata in Egitto”.
Il ritrovamento di “Aten” sulla sponda occidentale del Nilo è stata fatta da una missione egiziana guidata da Zahi Hawass, ex ministro delle Antichità.

Per ora non sono stati rinvenuti oggetti preziosi. In ulteriori scavi la missione però “si aspetta di scoprire tombe piene di tesori”.

La città d’oro sarebbe stata ereditata dal faraone Akhenaton da suo padre, Amenhotep III. E potrebbe aiutare a risolvere il mistero di Tebe (la moderna Luxor) che fu abbandonata proprio da Akhenaton come capitale del suo regno 3.400 anni fa, quando il faraone decise di cambiare nome da Amenothep IV e di lasciare il tradizionale politeismo egizio per una nuova religione di stampo enoteistico (pseudo monoteistico).

Si sa che da lì Akhenaton visse e governò nella città di Akhetaton, insieme alla moglie, la sposa reale Nefertiti. Dal matrimonio nacque il figlio Tutankhamon (anche se in realtà la vera madre non sarebbe Nefertiti, ma una donna sconosciuta che gli storici chiamano ‘The Younger Lady’) e il resto è storia più o meno nota.

Ma perché Akhenaton se ne andò da Tebe? Fu quella una tappa fondamentale per dare il via alla rivoluzione culturale che cambiò il volto dell’Antico Egitto. La città perduta di Luxor, secondo gli esperti, potrebbe nascondere la chiave per svelare il mistero.

Il team di archeologi impegnati nella spedizione “ha datato l’insediamento servendosi di iscrizioni geroglifiche trovate su vasi, anelli, scarabei, ceramiche e mattoni di fango in cui sono stati incisi i sigilli del re Amenhotep III”. Nei vari scavi eseguiti “la missione ha trovato molti strumenti utilizzati legati ad attività industriali come la filatura e la tessitura”, si legge ancora nella nota in cui si aggiunge che “sono state trovate anche scorie metalliche e di fabbricazione del vetro”.

Le strade della città siano ancora oggi fiancheggiate da molte abitazioni, alcune delle quali hanno muri alti quasi 3 metri.
In un’altra zona sono stati rinvenuti i resti di una persona con le braccia distese sui fianchi e una corda avvolta intorno alle ginocchia.
Un grande cimitero è stato invece trovato a nord della città, assieme a un gruppo di tombe tagliate nella roccia.

 

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page

 

Pubblicato in Ambiente, Attualità, Misteri, Scienza | Lascia un commento

Ittiti

Gli Hittiti, popolazione indoeuropea proveniente dal Caucaso, verso il 2000 a.C. si stanziò in Anatolia (l’odierna Turchia), subentrando a una popolazione non indoeuropea, gli Hatti. Al vertice della società Hittita c’era il re. Questi era affiancato da un’aristocrazia guerriera riunita in un’assemblea chiamata panku.

La società era divisa in uomini liberi e schiavi. La loro economia si basava sull’agricoltura e sullo sfruttamento delle risorse minerarie della regione, ricca in particolare d’argento. La terra era lavorata sia da contadini liberi sia da servi-schiavi.
Ma il nome degli Hittiti resta legato all’abile lavorazione del ferro, di cui essi riuscirono a mantenere a lungo il segreto, facendone la loro forza. Utilizzavano il ferro, più resistente del bronzo, per fabbricare armi, scudi e corazze.

Inventarono la ruota a raggi in legno che montavano sui carri da battaglia trainanti da cavalli, molto più leggeri e veloci dei carri utilizzati dai Sumeri.

Gli Hittiti erano politeisti, adoravano le forze della natura. Tra le divinità principali c’erano il dio della tempesta e della folgore e la sua sposa, la dea del sole.

Porta del Sole

Espansione dell’impero hittita e la fine.

Dall’Anatolia, gli Hittiti iniziarono un movimento di espansione che li portò a costruire un vasto dominio grazie all’impiego in battaglia di carri da combattimento a due ruote a raggi, trainati da cavalli addomesticati, e all’uso di armi di ferro. Con una scelta politica inusuale per i tempi, gli Hittiti anziché ridurre in schiavitù le popolazioni vinte, ne facevano loro alleate, attraverso trattati di subordinazione, che obbligavano i sovrani locali a giurare fedeltà al re hittita. Nel 1595 a.C. gli Hittiti raggiunsero e saccheggiarono la lontana e ricca Babilonia. L’apice della potenza Hittita venne raggiunto intorno al 1350 a.C. quando essa assunse, sotto il regno di Shuppiluliuma, il controllo di gran parte dell’area siriana, fino a Qadesh.

Verso il 1400 il Paese fu attaccato e saccheggiato da nemici esterni di varia provenienza, e anche la capitale fu incendiata. Fu Šuppiluliuma (ca. 1380-45) a ristabilire dapprima la sicurezza del territorio ittita lottando contro i barbari Kaška del Nord anatolico, e a portare poi lo Stato a un nuovo inserimento internazionale e infine a una posizione di preminenza quale mai aveva raggiunto. Con l’Egitto venne a un accordo per la spartizione della Siria, mentre la trasformazione di Mitanni in regno vassallo degli Ittiti portò Šuppiluliuma a iniziare rapporti ostili con l’Assiria. Nel (ca. 1345-15) il Re Mursiti fu impegnato soprattutto all’Ovest, contro i vari regni di Arzawa ai quali impose trattati di vassallaggio: gli Annali del re mostrano che il mantenimento dell’impero era ottenuto solo a costo di continue spedizioni militari.

Poco oltre aveva inizio l’area d’influenza della potenza egizia, che era ancora nel periodo di massima espansione sotto le dinastie del Nuovo Regno. Gli Egizi, che volevano riprendere il controllo sulla Siria, nel 1274 a.C., guidati dal faraone Ramses II si scontrarono con gli Hittiti proprio a Qadesh. Nella battaglia di Qadesh non ci furono né vinti né vincitori.

Gli ultimi re ittiti, Arnuwanda III (ca. 1220-05) e Šuppiluliuma II (ca. 1205-1190) sembrarono preoccupati soprattutto di assicurarsi la fedeltà sempre più sfuggente dei vassalli e dei funzionari di corte

Verso il 1200 a.C. i Frigi attaccarono l’Anatolia e gli Hittiti non riuscirono ad opporsi: la capitale Hattusa fu distrutta e l’Impero hittita crollò. La vittoria di Tiglatpileser III sugli Urartei (743) rese gli Assiri padroni della zona neo-ittita, e i singoli Stati dovettero capitolare e furono ridotti a province assire dallo stesso Tiglatpileser e da Sargon II tra il 740 e il 710 a. C.

Il nome degli Ittiti fu ancora usato per qualche secolo, con un significato diverso: gli Assiri continuarono a chiamare Hatti la Siria settentrionale e poi estesero il nome a tutta la regione siropalestinese, e nell’Antico Testamento gli Ittiti sono una delle popolazioni che abitavano la Palestina prima della conquista israelitica.

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Ambiente, Cultura, Misteri, Scienza | Contrassegnato | 1 commento

Uruk

Secondo alcuni – ma l’ipotesi non è dimostrata – proprio da questo toponimo avrebbe preso nome l’Iraq. Quel che è certo è che a Uruk, circa cinquemila anni fa, i Sumeri inventarono il primo sistema di scrittura cuneiforme. E che proprio in quella città sarebbe vissuto re Gilgamesh, secondo la leggenda per due terzi divino e per un terzo umano, protagonista del primo poema epico della storia dell’umanità.

Facilitano la comprensione del sito archeologico le ricostruzioni digitali dell’impianto viario della città e di numerosi edifici. Ma qual è la storia della mitica città di Gilgamesh? E quale fu la sua importanza nel mondo antico? Fondata circa cinquemila anni fa, Uruk si trova oggi a una ventina di chilometri a est dell’Eufrate, nei pressi di Warka, Mesopotamia meridionale. All’apice del suo splendore, la città arrivò a contare una popolazione di circa ottantamila abitanti. L’abitato si estendeva su sei chilometri quadrati racchiusi da una doppia cinta di mura lunga nove chilometri. Era, a quel tempo, la più grande e popolosa città del mondo. Nel libro della Genesi Erech (quasi certamente Uruk) è indicata come la seconda città fondata dal biblico re Nimrod. I risultati degli scavi condotti dagli archeologi tedeschi permettono di definire il quadro di una “megalopoli” che aveva un sofisticato sistema politico e amministrativo.

A Uruk sono state ritrovate cinquemila tavolette di argilla scritte a caratteri cuneiformi, per la gran parte riguardanti atti della pubblica amministrazione, accordi commerciali e compravendite. A differenza di altri contesti, spiega Hans Nissen, archeologo dell’Università di Berlino, «non fu la religione a determinare la nascita della scrittura. Ma essa nacque dalle necessità economiche poste dalla società del IV millennio a.C.». Solo in un secondo tempo, nel corso del III millennio a.C., verranno messi per iscritto testi religiosi o di carattere storico.

La ricchezza della città, che fu faro economico e culturale del mondo antico, è testimoniata dall’impianto urbanistico, dai fasti architettonici, dai templi, dai terrazzamenti e dalle eleganti zone residenziali. Il declino di Uruk inizia con la terza dinastia di Ur, duemila anni prima di Cristo. La città venne coinvolta nelle battaglie tra Babilonesi ed Elamiti, subendo gravi distruzioni (eventi di cui si trova eco nell’epopea di Gilgamesh).

Conobbe nuovo splendore nel periodo seleucide, nel III-II secolo a.C. Ritornò ad essere una centro di primario interesse sotto la dominazione dei Parti (fino al 225 d.C.), periodo che vide la nascita di nuove costruzioni, come l’imponente santuario di Eanna. Ma Uruk aveva terminato la sua lunga parabola e fu definitivamente abbandonata a partire dal V secolo d.C.

Dal punto di vista archeologico, le zone di Uruk maggiormente investigate sono quelle delle due aree sacre, Eanna, dedicata ad Inanna, e Kullaba, dove si trovava il tempio di Anu. La gran parte di questi edifici è databile alla metà del IV millennio, come il Tempio Bianco e il Tempio a mosaico di coni d’argilla. Altri furono edificati alla fine del IV millennio, in epoca Tardo-Uruk, come il cosiddetto Edificio Riemchen e la Grande Corte.

Tra i ritrovamenti più importanti vi è il Vaso di Warka, realizzato da un artista sumero nella città di Uruk nel 3200 a.C. Trafugato insieme ad altri pezzi dal museo di Baghdad dopo la caduta di Saddam Hussein e poi restituito all’Iraq, è probabilmente il reperto più importante pervenutoci dall’area mesopotamica. I rilievi scolpiti sul manufatto sono suddivisi in registri sovrapposti e ci raccontano come i creatori della prima grande civiltà urbana si rapportavano nei confronti della divinità.

La zona di Warka, dove si trova l’antica Uruk, non ha subito particolari danni. Ma le attività clandestine di scavo, nonché i frequenti saccheggi che si registrano tuttora nell’area, rischiano di compromettere (per sempre) la memoria del cammino dell’uomo verso la civiltà.

(fonte: Amici della scienza)

 

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Ambiente, Cultura, Misteri, Scienza | Contrassegnato | Lascia un commento

La Piramide di Yonaguni

Scoperta nel 1997 nei pressi di Okinawa, (piccola isola dell’arcipelago delle Ryukyu a Sud del Giappone) una struttura sottomarina di aspetto regolare potrebbe confermare l’esistenza di un’antica civiltà prediluviana. Secondo alcuni, questa sarebbe addirittura la prova dell’esistenza di Mu, continente che secondo una leggenda si inabissò nell’Oceano Pacifico migliaia di anni fà.

Al largo della piccola isola giapponese di Yonaguni, a sud-ovest di Okinawa, si erge immersa nel silenzio delle profondità marine una misteriosa e imponente struttura di pietra. La forma è rettangolare e ricorda quella delle ziggurat, le torri templari della Mesopotamia antica, costruite a gradini su larghe piattaforme, con un santuario in cima e una scalinata d’accesso esterna.

Il sito.

La costruzione è lunga circa 20 metri di profondità, è alta una trentina. Una costruzione a gradini. Forse risale a 10 mila anni fa.
Se così fosse, significherebbe che la più grande piramide di Egitto, quella di Cheope a Giza, è stata costruita 5 mila anni dopo e che in questa parte del mondo è esistita una civiltà sconosciuta agli archeologi.

Ad avvistare quella singolare struttura, erano stati una decina di anni fa subacquei locali. Pensarono a un fenomeno naturale, una struttura creata dall’erosione del mare e dal tempo.

 “La prima struttura anomala che fu scoperta a Yonaguni…una profondità di 20 metri circa, è un’area a gradoni con ampie superfici orizzontali e angoli squadrati. Due immensi blocchi paralleli del peso approssimativo di circa 30 tonnellate ciascuno, e separati da un interstizio di meno di 10 centimetri si trovano collocati a fianco a fianco in posizione verticale.
A circa 5 metri sotto la  superficie del mare si trova una “pozza” a forma di rene e vicino una figura che molti ritengono l’immagine di una tartaruga scolpita nella nuda roccia.
Alla base del monumento, a 27 metri di profondità, c’è una strada pavimentata chiaramente delineata, orientata verso est. Seguendo questa “strada” si arriva in poche centinaia di metri al “megalito”, un macigno di 2 tonnellate, di forma circolare, che sembra sia stato volutamente situato su una sporgenza scolpita al centro di un’immensa piattaforma di pietra.” 

Quella appena descritta è solamente la principale zona di monumenti: due chilometri più a ovest si trova l’area del “Palazzo”, dove la presenza di corridoi sottomarini e spaziose camere con muri e soffitti megalitici, architravi, condotti e tunnel, lastre e solchi con margini dal taglio netto, massicce strutture rettilinee, un particolare macigno scavato a parallelepipedo conosciuto come il “palco di pietra” ed un pinnacolo gigantesco con due solchi paralleli nettamente simile ad un volto umano contribuiscono a rendere quantomeno unica la zona.

Ed ancora. Durante un’immersione in prossimità dell’isola di Hsichi, che fa parte del arcipelago di Pen-hu, i ricercatori sono incappati, alla profondità di 28 metri, in una costruzione che misura 100 metri di lunghezza, possiede una larghezza di circa mezzo metro e un’altezza di circa 1 metro. L’orientamento di questa struttura rettilinea, molto simile a un muro, è posto su un asse est-ovest, il che le conferisce un allineamento di tipo solare, non ancora confermato, in grado di calcolare i solstizi. La datazione proposta per questo sito, in considerazione dei dati sopra esposti, riferiti all’innalzamento del mare, si attesta intorno al 10-11.000 a.C.

Ma chi eresse questa struttura?

L’ipotesi più verosimile  è che si tratti di una struttura costruita su un terreno poi sommerso alla fine dell’ultima era glaciale o di uno sprofondamento del terreno,

Nel settembre del 2000, con l’aiuto di robots per esplorazioni sottomarine ROV muniti di sonar ed ecoscandagli guidati da un gruppo di sub, vengono analizzate la struttura a terrazze  ed il canale, il monolito a forma di testa umana, l’area delle caverne sottomarine detta del “Palazzo” ed i blocchi paralleli. Vengono quindi riportate le seguenti conclusioni: “La struttura a terrazze ed il canale sono senza alcun dubbio di natura umana e sono stati ricavati intagliando un immenso affioramento monolitico esistente…La presunta testa  poggia su una vasta piattaforma, chiaramente intagliata dall’uomo…[che] poteva servire da area di culto o da zona d’incontro di una comunità umana… graffiti [delle caverne sottomarine] sembrano opera dell’uomo…Un tempo le caverne si trovavano probabilmente sulla terraferma…La forma, le dimensioni e la posizione di questi megaliti suggeriscono che siano opera dell’uomo.”

Ma le prime tracce di civiltà in Giappone risalgono al neolitico, circa 9 mila anni a.C., e gli uomini primitivi di quell’epoca erano cacciatori-raccoglitori. E non esistono testimonianze di un popolo sufficientemente intelligente per costruire un simile monumento 10 mila anni fa. Una costruzione così prevede un popolo con un alto grado di tecnologia, che forse proveniva dal continente asiatico, culla delle più antiche forme di civilizzazione.
Mancano reperti che provino la presenza a quel tempo di una cultura così evoluta da costruire una struttura simile a una ziggurat. Dal momento che il «templio» di Yonaguni somiglia ai monumenti più antichi del Sud America, forse ciò spiega perché i siti archeologici più antichi del Nuovo mondo siano in Cile e non nel Nord America.

Sembra quasi che una civiltà in un lontano passato dovette esercitare una grossa influenza su tutto il globo terracqueo.

Le piramidi e i templi egiziani, la piattaforma del tempio di Baalbek in Libano, le fondamenta del tempio di Gerusalemme, oggi visitabili dalla parte cristiana della città sacra presentano la stesse caratteristiche, da molti ricercatori addebitabili ad una cultura antecedente il diluvio, in un periodo compreso tra il 10.000 e il 15.000 a.C.. Peculiarità incredibilmente presenti nelle mura di cinta del palazzo imperiale di Tokio, anch’esse formate da blocchi monolitici perfettamente incastrati l’uno nell’altro, come per le costruzioni inca e caratterizzate dalla medesima tecnica ingegneristica. Tra i resti del palazzo è stata inoltre trovata una piccola porta, versione in scala ridotta della Porta del Sole di Tiahuanaco in Bolivia, e come quest’ultima sovrastata da un idolo il cui originale è stato distrutto dai bulldozer durante gli scavi. È una statua, per stile, assimilabile agli idoli a tutto tondo peruviani. Il sistema con cui è assemblata la porta, caratterizzato da tre blocchi monolitici, sembra collegarla ai Dolmen europei e soprattutto ai Triliti che formano l’intero complesso di Stonehenge.

Una cultura sviluppata ha agito da impronta a livello planetario in un lontano passato, per poi sparire improvvisamente.

Pubblicato in Ambiente, Cultura, Misteri, Misteri della natura e della scienza, Scienza, Scienze naturali | Contrassegnato | Lascia un commento

Le piramidi di Sudan

Nel deserto sudanese, nel cuore dell’Africa, a più di 2.000 km a sud della piana di Giza, si contano circa 255 piramidi dislocate in tre zone e risalenti alla civiltà nubiana. Sono costruzioni sopravvissute nel mistero per oltre tremila anni, anche perché quasi del tutto ignorate dai turisti. Si tratta delle Piramidi Nubiane in Sudan.

È qui che si trova un patrimonio umano di inestimabile valore, piramidi note come nubiane, dal nome della Nubia, regione africana estesa tra l’Egitto meridionale (Bassa Nubia) e il Sudan settentrionale (Alta Nubia), tra le cateratte di Assuan e il punto in cui il Nilo si biforca in Nilo Azzurro e Nilo Bianco.

Le piramidi nubiane, costruite tra il 2600 a.C. e il 300 d.C., sono più recenti e di misure ridotte rispetto alle loro ‘cugine’ dell’Antico Egitto: la loro altezza varia dai 10 ai 30 metri, contro i 146 della piramide di Cheope, hanno pareti più inclinate, pietre più grezze e la camera funeraria nella zona interrata.
Condividono però le destinazioni d’uso, ovvero le dimore dei corpi di re e regine
.

I regni vissero diverse fasi, e tre furono le sue capitali: Kerma, Napata e Meroë. Fortemente influenzati dal vicino Egitto, sia culturalmente sia politicamente, i Kush arrivarono a conquistarlo, unificandolo al loro regno, quando la capitale era Napata. Lo governarono, dando vita alla XXV dinastia, i faraoni neri, fino al 658 a.C., quando furono invasi dagli Assiri. La Nubia tornò ad essere un regno indipendente, che portò la sua capitale a Meroë, dove le piramidi sono più numerose.

I sovrani della venticinquesima dinastia erano di fattezze nettamente africane, ben riconoscibili nei graffiti che li ritraggono con le insegne reali e la doppia corona dell’Alto e Basso Egitto. E la loro lingua non era l’egizio, anche se la scrittura era simile, ma un idioma africano. Anche i loro dèi corrispondevano solo in parte alla cosmogonia egizia
.

Patrimonio UNESCO dal 2011, le piramidi nubiane, furono costruite come simbolo di potenza del prestigioso regno di Kush, dominio dei “faraoni neri”. In tutto, tra quelle delle località di El -Kurru e di Nuri, se ne contano oltre 220 e costituiscono la maggior concentrazione di piramidi al mondo (in Egitto ce ne sono circa 120).

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Ambiente, Cultura, Misteri, Scienza | Lascia un commento

Il Mistero di Xochicalco

Xochicalco è un importante sito archeologico della cultura del periodo Epiclasico, situato nella parte occidentale dello stato messicano di Morelos circa 38 km a sud-ovest di Cuernavaca e ad un centinaio di km da Città del Messico. Il nome Xochicalco in lingua nahuatl significa “casa dei fiori”.

La città fu eretta secondo una pianta complessa sulla sommità di un’altitudine di circa 130 m con un’estensione massima di 4 km. In quel periodo doveva essere la località più popolata dell’America centrale. Attraverso terrazze, mura, fortificazioni e piattaforme, i costruttori riuscirono a dare alla collina stessa la forma di una piramide. C’erano anche un ingegnoso sistema di drenaggio, numerose cisterne per l’immagazzinamento dell’acqua e grandi silos per il mais e altre provviste. Le zone residenziali e i centri religiosi più lussuosi erano situati nella parte alta del sito e probabilmente avevano un accesso limitato. Gli alloggi più modesti erano sui terrazzi inferiori, il che spiega una rigida divisione sociale.

Come altri luoghi della Mesoamerica, a Xochicalco venivano adorate due divinità principali: quella della terra e quella dell’acqua e del vento. I loro nomi originali non sono noti, ma è chiaro che corrispondono a divinità che in seguito furono denominate Serpente Piumato e Tlaloc. Il dio più venerato era Tlaloc. Le sue cerimonie si sono svolte nelle piazze più grandi e sulle piramidi più importanti. Il Serpente Piumato era probabilmente una divinità dell’élite, poiché la maggior parte delle sue rappresentazioni e santuari si trovava nella parte alta della città.

Un gran numero di monumenti e sculture che sono rimasti alla fine di Xochicalco, sono stati ricoperti di stucco, per cancellare i riferimenti precedenti. Apparve anche una nuova divinità, rappresentata come una figura che emerge dalle fauci di un serpente piumato, che in seguito sarebbe diventato Quetzalcóatl, il dio saggio, trasmettitore della cultura e che si sacrificò per l’umanità.

Xochicalco è nota principalmente per la sua Piramide del Serpente Piumato, l’edificio emblematico di questo sito archeologico. 

C’era una volta in Messico…
C’era una volta chi guardava, come oggi noi, queste terre dall’alto. Solo che lo faceva circa 3.500 anni fa e a bordo di qualcosa che non era un elicottero… Ma il fatto importante è che chi guardava queste terre dall’alto molti secoli fa non si è limitato a restare per aria. Ad un certo punto è sceso e ha lasciato tracce importanti, tracce che ora tocca a noi ritrovare e mettere in fila. Per raccontare, con i piedi per terra, una storia nuova e antica.
Abbiamo giocato con la fantasia? Un po’, sicuramente. Però… Però, qui nello stato messicano di Morelos, ci sono cose che davvero fanno volare la fantasia. Ma non sono fantasie. Sono pietre.

Cominciamo dall’inizio:
tra i popoli antichi dell’America Latina, molti conoscono gli atzechi, gli Inca, i Maya: ancora oggi molti dei loro enigmi restano impenetrabili. Pochi invece sanno che tutti questi popoli hanno un comune, antico, antenato: un popolo comparso improvvisamente nel 1500 a.c e scomparso altrettanto fulmineamente mille anni più tardi.
Un popolo che non era nativo di queste zone, che era molto progredito e che dominò su queste terre con ferocia.

Cosa accadde nei mille anni di quell’impero?
E’ possibile che un popolo comparso all’improvviso abbia potuto insegnare ai Maya i segreti delle stelle e del calendario? E’ possibile che un popolo sanguinario avesse conoscenze tecnologiche sconosciute in America, come la ruota, le lenti, gli astrolabi e addirittura i raggiX?
Non è tutto: il fatto sorprendente è che gli Olmechi sembrano composti da diverse razze e nessuna di queste presenta tratti americani!
Le enormi teste di basalto trovate a seppellite a San Lorenzo hanno fattezze negroidi, tipicamente africane. Nel sito archeologico di La Venta sono state rinvenute teste dagli occhi mongoli: numerose steli infine rappresentano uomini vestiti, dai tratti europei con barbe lunghe, una caratteristica sicuramente non americana…
Dunque un miscuglio di razze che compare all’improvviso e che scompare altrettanto improvvisamente in questa zona dell’America Latina: sembra la trama di un film di Star Trek.
Anche perché sulla nostra strada c’è una traccia che sembra uscita da un film di fantascienza. Pensato e girato però molti secoli fa…

Il bassorilievo “El Rey”, inciso nella montagna, mostra una strana scena che per molti ricercatori “eretici” ha un’interpretazione inequivocabile: ci sono delle nuvole in alto da cui cade pioggia e al centro un grande oggetto che ha la punta aerodinamica per fendere il vento e alle spalle delle fiammate che sembrano garantirne la propulsione. A guidarlo è un uomo che in mano sembra tenere un libro o una cloche…

Il punto è che qui non si tratta di astronavi (non si spiegherebbe infatti il propellente che esce da dietro) ma eventualmente di un oggetto che in qualche modo richiama i nostri aerei. Un aereo che solcava un cielo piovoso di circa tremila anni fa, e che un ignoto passante non ha potuto fare a meno di incidere nella roccia…

Ma adesso ci spostiamo dove possiamo trovare molte notizie sugli Olmechi. E’ un posto che non si scorda facilmente: si chiama Xochicalco.

Xochicalco
Quando gli Olmechi scomparvero, tutte le loro città vennero distrutte; le loro immense statue vennero sfregiate, decapitate e seppellite. Uno dei pochi luoghi che sembra essere rimasto intatto e’ Xochicalco, una città-fortezza meravigliosa, che ospita diverse piramidi e che, nei secoli è stata abitata dai famosi successori degli Olmechi. Che ne hanno ereditato sapienza e ferocia…
Per noi moderni Xochicalco è il cuore della civiltà olmeca perché questo è il luogo in cui ritroviamo il maggior numero di testimonianze della loro cultura.
Un antico poema Maya racconta che gli Olmechi venivano da una terra di Pioggia e Nebbia…

“In una certa Era / Che Nessuno può calcolare / Che nessuno può ricordare”

A Xochicalco sono state rinvenute piccole statue olmeche che raffigurano uomini giaguaro. Come dicevamo i caratteri del volto di queste statue sembrano asiatici: non come i nativi di queste terre di cui tutto si può dire tranne che siano “di pioggia e di nebbia”…

Ma non era solamente il Sole a far alzare la testa ai popoli antichi: anche le stelle erano fondamentali per chi viveva qui centinaia di anni fa. La piramide di Xochicalco infatti racconta un evento curioso: ricorda un meeting scientifico degli astronomi di tutti i popoli americani, ognuno riconoscibile da qualche tratto caratteristico, che probabilmente concordarono un unico calendario astronomico.

Un’ulteriore prova delle conoscenze astronomiche di questi antichi popoli viene dagli utensili ritrovati negli scavi: lenti in grado di bruciare oggetti a distanza grazie alla luce del Sole – un’intuizione simile a quella avuta da Archimede già alcuni secoli prima di Cristo -. Ma si pensa anche che con queste lenti venissero proiettate immagini in ambiente particolari, dedicati al raccoglimento e alla riflessione…

A proposito di utensili:
c’è una affascinante storia che chiama in causa in un certo qual senso le capacità “manuali” degli ultimi eredi degli Olmechi. Gli atzechi. A cui viene infatti attribuita la realizzazione di una delle più enigmatiche scultura delle civiltà precolombiane. E non solo. Avete mai sentito parlare dei teschi di cristallo?

Ma gli atzechi, popolo guerriero per eccellenza, facevano anche altro con i loro attrezzi.
Qualcosa di terribile il cui ricordo è ancora vivo per le testimonianze raccolte dai conquistadores e dai primi missionari cattolici arrivati da queste parti nel 1500. Parliamo di sacrifici umani, infatti proprio tra le rovine di Xochicalco sono state ritrovate ossa umane macellate. Questo può significare sia cannibalismo che sacrifici umani…

Nei geroglifici incisi su un frammento pre-Maya trovato nella piramide messicana di Xochicalco, decifrati in parte dagli studiosi La Plongeon, francese, e Brolio, brasiliano, si leggerebbe:

“Nell’undicesimo giorno … avvenne la sciagura: una pioggia violentissima e ceneri caddero dal cielo; il cielo precipitò, la terraferma sprofondò e la “Grande Madre” fu tra i ricordi della distruzione del mondo”.

E se la “Grande Madre” cui accenna questo antico documento fosse Atlantide? Un’ipotesi di confine? Forse. Ma è risaputo che la mitica Atlantide è stata individuata in più luoghi della Terra. Anche qui, in Messico…

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Ambiente, Cultura, Misteri | Contrassegnato | Lascia un commento

Mohenjo Daro – Distrutta dall’atomica?

 

Gli «specialisti» derisero Heinrich Schliemann, il commerciante tedesco che meno di un secolo fa pretese di andare alla ricerca dell’antica Troia prendendo per buone le indicazioni dell’ Iliade e dell’Odissea, che secondo gli studiosi erano un miscuglio di miti e leggende senza fondamento.
Ma fu proprio Schliemann, il «dilettante», a scoprire Troia.

Forse è proprio quello l’atteggiamento giusto: condurre le ricerche avendo sott’occhi i testi antichi, e sforzarsi di prenderli sul serio anche quando ciò che narrano appare inverosimile. È quel che hanno fatto nel 1978 uno studioso di sanscrito, David Davenport, cittadino britannico nato in India, e il giornalista italiano Ettore Vincenti, dopo la lettura del Ramayana.
Poema epico e contemporaneamente testo sacro indù, centomila strofe (è il più prolisso libro di poesia esistente), il Ramayana è, come nel resto l’ altro poema nazionale, il Mahabharata, un confuso racconto di guerre e di battaglie avvenute in un’antichità indefinita e leggendaria lungo la valle dell’Indo.

«La cosa che più colpisce nella lettura è che queste battaglie non sono combattute con lance e spade»

BRANO TRATTO DEL MAHABHARATA :

«Il valoroso Aswatthaman (un personaggio), risoluto, toccò l’acqua e invocò l’arma Agneya (da Agni, «fuoco»). Puntandola verso i suoi nemici visibili e fuori vista, sparò una colonna esplosiva che si aprì in tutte le direzioni e provocò una luce brillante come fuoco senza fumo, a cui seguì una pioggia di scintille che circondò completamente l’esercito dei Partha».

Ed ecco gli effetti dell’arma:

«I quattro punti cardinali furono coperti di buio.., un vento violento e cattivo cominciò a soffiare. Il sole sembrò girare in senso contrario, l’universo sembrò febbricitante. Gli elefanti, scorticati dal calore, si misero a correre terrorizzati».

Persino l’acqua si mise a «ribollire e gli animali acquatici mostrarono un’intensa sofferenza».

Qualche centinaio di versi più oltre, il Mahabharata descrive gli effetti di un’altra arma, della «Narayana»:
«I guerrieri… furono visti togliersi le armature e lavarle nell’acqua». «Queste descrizioni», dicono Davenport e Vincenti «richiamano alla memoria in modo impressionante gli effetti di esplosioni atomiche e di bombe al fosforo».
«In realtà», spiega David Davenport «nel Ramayana vengono descritte parecchie armi che, per quanto possano sembrare fantastiche, somigliano molto ad armi modernissime.

Il glossario delle armi del Mahabharata stilato dall’illustre sanscritista indiano Hari Prasad Shastri parla per esempio dell’arma Kamaruchi, «freccia intelligente, che va dove vuole», in cui senza troppa fantasia si può vedere un missile telecomandato. O della Murchchdhana, «arma che causa la temporanea sospensione di tutte le sensazion; forse un gas nervino?
E l’arma Nadana, «che produce gioia», non potrebbe essere un gas esilarante? E la Shabdaveditva, «freccia che segue i suoni ed è capace di colpire gli oggetti nascost, non può ricordare un missile capace di orientarsi automaticamente dietro le onde sonore degli aerei nemici?.

Sì, perché nei testi indù si parla abbondantemente di aerei. «Il termine sanscrito è vimana», spiega Davenport «che letteralmente significa ‘uccello artificiale abitato‘. I libri sacri dicono che i vimana possono volare e li descrivono come vere e proprie macchine. Vien detto anche che al loro interno ‘non fa né troppo caldo né troppo freddo, l’aria vi è temperata in ogni stagione’: è impossibile non pensare alla climatizzazione delle cabine dei nostri aerei»

IL RACCONTO.

Gli increduli possono scuotere il capo.
David Davenport ed Ettore Vincenti hanno fatto qualcosa di più costruttivo. Nel Ramayana (Uttara Kanda, cap. 81) si parla di un rishi (un «sapiente») che, adirato contro gli abitanti di una città chiamata Lanka, dà un preavviso di sette giorni; al termine dei quali promette «una calamità, che cadrà come fuoco dal cielo». Ebbene: testo sacro alla mano, i due si sono recati in India per identificare questa Sodoma orientale.
Davenport e Vincenti ritengono, per motivi linguistico-geografici che sarebbe troppo lungo spiegare, di aver identificato l’antica Lanka («isola») nella città di Mohenjo-Daro, centro della «civiltà di Harappa», fiorita (e improvvisamente estinta) attorno al 2000 avanti Cristo.
Mohenjo-Daro, nome moderno (significa «luogo della morte») era chiamata qualche secolo fa «Isola» (Lanka), perché era circondata da un braccio secondario del fiume Indo, oggi prosciugato.

REALTA’ MISTERIOSA E SCONVOLGENTE

Gli scavi archeologici, condotti soprattutto dai britannici, una trentina d’anni fa, hanno messo in luce una realtà misteriosa e sconvolgente.

«Gli ultimi abitanti di Mohenjo-Daro sono periti di una morte subitanea e violenta», ha scritto l’archeologo Sir Mortimer Wheeler.

Nelle macerie della città sono stati trovati 43 scheletri (evidentemente il grosso della popolazione aveva fatto in tempo a sfollare): si tratta di persone colte da una morte istantanea mentre attendevano alle loro faccende. Una famigliola composta da padre, madre e un bambino, è stata trovato in una strada, schiacciata al suolo mentre camminava tranquillamente. «Non si tratta di sepolture regolari», ha scritto l’archeologo John Marshall, «ma probabilmente del risultato di una tragedia la cui natura esatta non sarà mai nota».

Un’incursione di nemici è esclusa, perché i corpi non presentano ferite da arma bianca. In compenso, come ha scritto l’antropologo indiano Guha, «si trovano segni di calcinazione su alcuni degli scheletri. È difficile spiegare questa calcinazione…». Tanto più che gli scheletri calcinati sembrano meglio conservati degli altri.

È un mistero per cui Davenport e Vincenti hanno arrischiato una spiegazione, di cui hanno reso minutamente conto in un libro che hanno scritto insieme: 2.000 a. C. : distruzione atomica (Sugarco editore, Milano).

DISTRUZIONE ATOMICA?

«L’antica Lanka è stata spazzata via», sostengono «da una esplosione assimilabile ad una deflagrazione nucleare».
Le prove? «Abbiamo individuato chiaramente sul posto l’epicentro dell’esplosione», spiega Davenport. «È una zona coperta da detriti anneriti, resti di manufatti di argilla. Abbiamo fatto esaminare alcuni di questi detriti presso l’Istituto di Mineralogia dell’Università di Roma: risulta che l’argilla è stata sottoposta ad una temperatura altissima, più di 1.500 gradi, per qualche frazione di secondo. C’è stato un inizio di fusione subito interrotta. È escluso che un normale incendio o il calore di una fornace possano produrre questo effetto.

Inoltre, le case dell’antica città sono state danneggiate con tanto minor gravità, quanto più sono lontane dall’epicentro. Nei pressi dello scoppio, gli edifici (in mattoni, con piani superiori in legno che sono andati completamente distrutti) sono stati rasi al suolo. Un po’ più lontano restano muretti alti un metro e mezzo; nei punti più lontani della città le mura rimaste in piedi superano i tre metri».

È l’inequivocabile effetto di un’esplosione avvenuta a qualche metro da terra. «L’ipotesi che il disastro sia stato provocato da un’esplosione di tipo nucleare», dice Ettore Vincenti «è rafforzata da una leggenda che abbiamo raccolto da un abitante del luogo. Egli ci ha raccontato che “i signori del cielo”, adirati con gli abitanti dell’antico regno dove ora c’è il deserto, hanno annientato la città con una luce che brillava come mille soli e che mandava il rombo di diecimila tuoni. Da allora chi si arrischia ad avventurarsi nei luoghi distrutti viene aggredito da spiriti cattivi che lo fanno morire».

QUALE IPOTESI?

David Davenport ed Ettore Vincenti non si nascondono che la loro ipotesi appare del tutto inverosimile. «È difficile credere», dicono «che una civiltà di quattromila anni or sono, capace di costruire missili, ‘macchine volanti’ e bombe atomiche, sia scomparsa senza lasciare tracce. Una civiltà tecnologica sarebbe anche una civiltà industriale: quindi una civiltà che lascia montagne di rifiuti e di rottami.

Anche fra quattromila anni i resti della nostra attuale cultura tecnologica dovrebbero essere visibili: se non altro per la grande quantità di macerie, ruderi di cemento, spazzatura di vario genere. Niente di tutto quanto si trova nella città di Mohenjo-Daro : la quale era una città prospera ed avanzata, con pozzi disposti razionalmente ed un progredito sistema di fognature, ma certamente non inserita in un sistema tecnologico paragonabile al nostro.
Le poche armi ritrovate sono lance e spade, non certo fucili e pistole».
E allora? «Si impone l’ipotesi extraterrestre», dice Vincenti. «I ‘signori del cielo’ che distrussero l’antica Lanka erano forse esseri giunti da ‘altrove’.

Colonizzatori spaziali che si sono comportati come tutti i colonizzatori: con brutalità e prepotenza. Forse, aggrediti dagli abitanti di Mohenjo-Daro, hanno voluto infliggere loro una punizione esemplare. A suon di bombe atomiche».  

Padroni di non credere a quest’ipotesi.
Ma gli indizi raccolti da Davenport e Vincenti sono numerosi e impressionanti.

(fonte: Il Giornale dei misteri)

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Cultura, Misteri | 1 commento

Tiahuanaco – Mistero a 4.000 metri sulle Ande

A 3846 metri d’altezza, inseriti nel paesaggio di un altipiano desertico delle Ande, sono situati i resti di un antico impero preincaico, avvolto da leggende e misteri, probabilmente uno dei siti archeologici più controversi del mondo.

Guardando i monumenti di Tiahuanaco, si rimane impressionati dalla perfezione e dalla maestosità di queste costruzioni monolitiche che da migliaia di anni resistono stoicamente al vento e al gelo.

La parte più suggestiva di Tiahuanaco è il tempio di Kalasaya.

E’ un tempio aperto, elevato su una enorme piattaforma. Fondamenta, mura, scalinate e arcate sono costituite da giganteschi blocchi monolitici. Kalasaya fu probabilmente un osservatorio, poiché la sua costruzione segue delle linee astronomiche.

tiahuannaco4Vi si trovano tre importanti opere: il  monolito di Ponce, quello del sacerdote e la famosa Porta del Sole, arco massiccio tagliato da un unico pezzo di andesite. Gli intagli sulla facciata costituiscono l’espressione più elaborata dell’arte tiahuanaco.

Nel XVI secolo il missionario Diego de Alcobaso scrisse: “Su una piattaforma vidi una colonna di splendide statue, così reali da sembrare vive. Uomini e donne, alcuni in piedi, altri seduti in pose quotidiane. Alcune donne avevano bambini sulle ginocchia o sulle spalle.”

Oggi la maggior parte di quelle statue purtroppo è scomparsa.

Nel suo centro si trovano alcuni monoliti, di cui uno “barbuto”. Un enigma per gli archeologi, perché rappresenta una persona con barba folta, mentre è risaputo che agli indios non cresce la barba.

LE ORIGINI

tiahuannaco9Fino ad oggi nessuno sa spiegare l’origine di questo popolo, in grado di realizzare  una metropoli, su un arido altipiano sterile. Forse la risposta verrà dalla esplorazione di un’altra città monolitica, oggi sommersa dalla acque del Titicaca, di fronte a Puerto Acosta.

L’archeologo Arthur Posnansky, che studiò Tiahuanaco per trenta anni, datò l’età della città con 12.000 anni. 

Una teoria coinvolge navigatori celtici (spiegando così la barba del monolito), giunti imponendosi agli indigeni.
Altre teorie ancora più spinte, parlano di continenti scomparsi e di culture prediluviane.
Ma finora nessuno è riuscito a strappare il segreto che si nasconde dietro queste pietre e dietro la maschera piangente, scolpita sulla Porta del Sole.

IL SITO

tiahuannaco10Tiahuanaco è un sito archeologico esteso su 450.000 mq. e sembra presenti le tracce di cinque città sovrapposte, più volte distrutte da terremoti. Si trova a 30 Km dalle sponde del lago d’acqua dolce più grande del mondo: il Titicaca, lungo 222 chilometri, largo 112, situato a 3.660 metri sul livello del mare. Una striscia bianca formata dai depositi calcarei di alghe in mostra sulle rocce circostanti e la presenza di creature marine nelle sue acque – fra cui i cavallucci – testimoniano la sua appartenenza al mare.

I MISTERI

tiahuannaco1Si narra di dèi giunti dal cielo sulle ali d’immensi “condor”; gli Indios raccontano di quando i loro antenati volavano su grandi “piatti d’oro” mossi da vibrazioni sonore.
Al suono di una tromba furono trasportate le enormi pietre usate per edificare, nell’arco di una sola notte, la città (Cieza de Leon). Singolare che il suono emesso da strumenti a fiato provocasse il crollo delle mura di un’altra città: Gerico.

E strane storie riguardano una tromba, attribuita alla fanfara di Tutankamon, esposta al Museo del Cairo. Il suono dei fiati egizi, come quelli dei monaci tibetani, stando alle cronache di alcuni esploratori, spostava mastodontici blocchi di granito. Così, Tiahuanaco ci trasporta nel mondo della dea Orejona, dalla testa conica e dalle grandi orecchie, giunta sul luogo a bordo di un’astronave; un mondo surreale popolato da esseri palmati, dal sangue più scuro, dai quali dicono di discendere gli Uros.

UN CITTA’ PORTUALE A 4.000 MT DI ALTEZZA

tiahuannaco11Al di là delle leggende restano le ciclopiche rovine di una città portuale: cinque banchine, moli e un canale diretto verso l’entroterra; il tutto a più di 4.000 metri sul livello del mare.

Nel 1967, per verificare la veridicità dei racconti dei pescatori del Titicaca, secondo i quali nei periodi di grande siccità era possibile toccare i tetti dei “palazzi sommersi” sotto le acque del lago, furono organizzate alcune spedizioni subacquee.

Sul fondo, immerse nella melma, i sub videro poderose muraglie. Sotto costa rinvennero dighe, strade lastricate; blocchi squadrati combacianti fra di loro con estrema precisione che formavano una trentina di massicciate parallele, unite da una costruzione a forma di mezzaluna.

Un grande porto con i suoi moli, ove potevano attraccare centinaia di navi, fra cui, forse, anche quella di un dio bianco, barbuto, giunto dal mare con una nave che “si muoveva senza far uso di remi”: Kon Tiki Viracocha, raffigurato con un tridente come Nettuno.

LE PIETRE

Una città costruita con pietre talmente grandi e pesanti dalle 100 alle 200 tonnellate (alcune più di 400 tonnellate), da destituire di fondamento ogni supposizione inerente il loro taglio, trasporto, nonché collocazione, visto che le cave più vicine distano ben 60 chilometri.

tiahuannaco6Nel rileggere i resoconti dei conquistadores spagnoli ci rendiamo conto, dallo stupore che traspare, quali meraviglie contemplarono i loro occhi:
“In un titanico palazzo vi è una sala lunga 14 metri, larga sette, con grandi portali e molte finestre. Gli indigeni dicono che è il tempio di Viracocha, il creatore del mondo” (Cieza de Leon).
“Tra le costruzioni di Tiahuanaco c’è una piazza di 24 metri quadrati e su uno dei suoi lati si stende una sala coperta lunga 14 metri. La piazza e la sala consistono in un sol pezzo; si è scolpito questo capolavoro nella roccia: si scorgono qui molte statue che presentano uomini e donne in diversi atteggiamenti, sono così perfette da crederle vive” (Diego D’Alcobada).

“C’è un palazzo che è l’ottava meraviglia del mondo, con pietre lunghe 11 metri e larghe cinque, lavorate in modo da incastrarsi l’una nell’altra, senza vederne la connessione” e, al centro, sorgeva presumibilmente una piramide a gradoni.  In base a calcoli astronomici quell’area era un grosso calendario di pietra usato per scandire il tempo, precisamente i mesi in un anno. Ciò che più sorprendeva è che esso funzionava bene con una particolare inclinazione dell’asse terrestre, corrispondente a quella che doveva essere 15000 anni prima!

I DIPINTI

Sulle rovine di Tiahuanaco campeggiano figure e simboli che alimentano insoluti misteri. Nel 1920, Julio Tello scoprì dei vasi con raffigurati lama a cinque dita, vissuti, per la scienza ufficiale, in una preistoria molto remota.

Sulla Porta del Sole sono raffigurati un toxodonte e un proboscidato che ricorda il “Cuvieronius”, estinti entrambi 12.000 anni fa.

Il Prof. Arthur Posnansky notò che due punti di osservazione nel recinto del Kalasasaya indicavano i solstizi d’inverno e d’estate e, servendosi di una tavola astronomica, dedusse che la costruzione risaliva al 15.000 a.C. Passò per eccentrico fino a quando il Dr. Ralph Muller rielaborò i calcoli e convenne che la data poteva essere il 4.000 o il 10.500 a.C. Su questa data concordano anche Graham Hancock e l’astronomo Nel Steede.

LA PORTA DEL LEONE – Magistrale progettazione

tiahuannaco5

Con un età stimata in 14.000 anni, le rovine di Puma Punku, sono il più antico e sconcertante manufatto sulla faccia della Terra.

Nessuno sa chi ha progettato e costruito questo complesso di sofisticati blocchi ad incastro, e poi è scomparso. I ricercatori hanno indagato a lungo le rovine in Bolivia ed in Perù oltre ad effettuare numerose analisi al computer, ma non sono venuti a capo di nulla.

Il nome “Puma Punku” o Porta del Leone, venne dato al tempo coloniale quando fu trovata una scultura in pietra di un leone. Oggi la piramide Puma Punku appare come una piccola collina piatta e consiste di tre piattaforme sovrapposte le cui basi sono fatte di blocchi squadrati di rossa arenaria. In cima alla piramide una depressione quadrangolare suggerisce chiaramente il possibile sito di un tempio. Sul lato esterno della sommità c’era un edificio di dimensioni colossali, indubbiamente uno dei maggiori dell’architettura di Tiahuanaco. Uno studio accurato di Puma Punku mostra un eccellente esempio di complesso architettonico di magistrale progettazione.

Il tempio consisteva di quattro immense piattaforme fatte di massicci lastroni di arenaria, alcuni del peso di 130 tonnellate, tenuti insieme con una speciale malta e morsetti metallici. 

È stato appurato che questi morsetti furono realizzati gettando metallo fuso nei solchi, negli incavi scavati allo scopo nei blocchi di pietra adiacenti”. E ancora, il Moscoso: “La cultura di Tiahuanaco è indubbiamente una delle più importanti nella regione andina e la sua influenza è evidente in altri gruppi culturali posteriori. Fiorirono architettura, produzioni artistiche in ceramica, sculture e metalli preziosi. L’alto grado di perfezione raggiunto nella scienza metallurgica permise di forgiare e amalgamare metalli. Il rame, metallo principale, era usato comunemente allo stato nativo. All’inizio limitatamente alla manifattura personale e negli oggetti domestici, più tardi per ottenere il bronzo. Dato che per ricavare quest’ultimo occorre seguire una procedura complicata si dimostra l’alto grado della metallurgia raggiunto dalla cultura di Tiahuanaco”.
tiahuannaco15Marcel Homet scrisse in merito all’uso di questi morsetti metallici: “Gli immensi lastroni di pietra dei templi di Tiahuanaco sono connessi, gli uni agli altri, a mezzo di arpioni metallici di cui si è trovato l’uguale in un unico posto: in Mesopotamia, nell’architettura dei palazzi Assiri”. Homet fece rilevare, inoltre, che anche gli dèi della pesca erano gli stessi adorati in Mesopotamia dal 500 al 300 a.C.
Il prof. Moscoso afferma che nel Museo di Tihauanaco si troverebbero esposti molti oggetti rinvenuti fra le rovine del sito archeologico, tra cui molti morsetti metallici, dalla forma di una grossa “I”, di varie misure, da 15 a 150 centimetri. 
I morsetti sono costituiti da una lega formata dalla fusione di rame, ferro, silice e nickel. Quest’ultimo non si trova in Bolivia e per ottenerlo occorre un forno ad elevata temperatura.

Graham Hancock scrive, nel suo “Lo Specchio del Cielo”, che un esame condotto con un microscopio a scansione elettronica ha dimostrato come, in effetti, il metallo venisse versato fuso nei canaletti predisposti allo scopo. Ciò rendeva necessario l’uso di un forno portatile e quindi un livello tecnologico di gran lunga superiore a quello immaginato. Dal canto suo, il Prof. Escalante afferma: “Dal tempo antico la cultura pre-ispanica conosceva come fondere il rame e più tardi imparò a mescolarlo con altri metalli. Questo sviluppo tecnologico rese possibile l’invenzione di attrezzi di metallo quali scalpelli, stampi, punzoni, seghe, asce, ecc. permettendo di poter lavorare su pietre e altri materiali e raggiungendo un grado sofisticato di perfezione.
Scavi archeologici hanno portato alla luce vestigia di attrezzi fatti di vari tipi di metallo usati per lavorare le più dure pietre e legni. Sono stati trovati anche molti aghi fini e aguzzi, usati come strumenti capaci di perforare tanto materiali duri, che eseguire delicati e rifiniti lavori. Altri attrezzi fatti di metallo o leghe erano le seghe di rame usate in congiunzione con varie sostanze abrasive per lavorare pietre e altri duri materiali”.

A Ollantaytambo, in Perù, è stata trovata una pietra che appare segata o con una sega di metallo, o con una sorta di corda abrasiva o con un laser. La foto, scattata da Gene M. Phillips, è visibile sul n. 22.1 di Ancient Skies. L’uso dei morsetti si riscontra nelle pietre di Puma Punku, di Ollantytambo, di Angkor Vat e di Dendera; provando che era l’uso comune di un’antica civiltà anteriore a quelle conosciute.

tiahuannaco12

CRISTALLI DI QUARZO

Dodicimila anni fa si faceva largo uso in tutto il mondo di granito contenente cristalli di quarzo.

Come gli antichi “Omphalos”, ombelichi, ossia pietre erette dagli Annunaki (esseri provenienti dal pianeta Nibiru, ndr.) come semplici dispositivi di comunicazione, note nei miti come “Pietre Parlanti”, fatte anche di granito.

Il più antico radioricevitore usava cristalli di quarzo, per cui il termine “cristallo fisso”. Oggi, in una semplicissima costruzione, i cristalli fissi sono ancora venduti in forma di corredo e svolgono benissimo la loro funzione.

Furono usate pietre di granito per comunicazioni terrestri e interstellari con sistemi simili a quelli di Carnac in Britannia? Perché furono usate grandi pietre di granito nell’apice della Grande Piramide, sopra la Camera del Re, chiamate “Pietre Parlanti”? Perché oggi vengono impiegati molti cristalli, sia naturali che manufatti, in tutti i computer, nelle attrezzature elettroniche e nei satelliti?
Qualcuno è dell’opinione che le idee di Nicola Tesla, insieme agli studi dei cristalli, apriranno una nuova area di ricerca e di tecnologia.

Nei testi antichi è ampiamente descritto che i cristalli sono stati usati dettagliatamente e che erano probabilmente, e lo potrebbero ancora essere, un grande potente generatore di energia, nonché radiofonico.

LA MICA

Non lontano da Teotihuacan si trova la piramide detta della mica, poiché al suo interno sono stati rinvenuti due strati di tale materiale di ben 27 centimetri quadrati, nascosti sotto un pavimento, evidentemente con una precisa funzione.

La mica è un miscuglio di vari elementi quali potassio, alluminio, ferro, magnesio, litio, manganese, titanio. La loro combinazione origina vari tipi di mica. Quella rinvenuta proviene dal Brasile, quindi chi ha costruito il tempio voleva proprio quel tipo. La mica è usata come isolante termico ed elettrico e come moderatore nelle reazioni nucleari. Quale era il suo effettivo uso a Teotihuacan? Quale tipo di civiltà ne aveva bisogno?

tiahuannaco14

INSPIEGABILI ARTEFATTI

 Nel 1991-1993, cercatori d’oro sul piccolo fiume Narada, lato est dei monti Urali, hanno trovato insoliti oggetti per lo più lavorati a spirale.

Le loro misure variano da un massimo di cm. 3 (81/2 pollice), fino ad un incredibile mm. 0,003 (circa 1/10.000 di pollice).
Migliaia di questi inspiegabili artefatti sono stati rinvenuti in vari luoghi vicino a tre fiumi: Narada, Kozhim e Balbanyo; oltre a due più piccoli corsi d’acqua chiamati Vtvisty e Lapkhevozh, per lo più depositati fra 3 e 12 metri.


Gli oggetti, a forma di spirale, sono composti da vari metalli, la maggior parte dei più grandi sono di rame, mentre i più piccoli e i piccolissimi sono di rari metalli come il tungsteno e il molibdeno. Il tungsteno ha un peso atomico alto e anche molto denso con un punto di fusione di 3410° C. (6100° F). Viene impiegato principalmente per temperare acciai speciali e in forma pura per i filamenti delle lampadine. Anche il molibdeno ha un’alta densità e un rispettabile punto di fusione di 2650° C (4740° F). Questo metallo è usato spesso per la tempra di acciai e per dare loro proprietà anticorrosive, con applicazioni per alcune parti di armi altamente poste sotto sforzo e per veicoli corazzati. Tali oggetti sono stati investigati dall’Accademia delle Scienze Russa di Syktyvka (capitale del Komi), di Mosca, di San Pietroburgo e altri istituti scientifici ad Helsinki, in Finlandia.
Misurazioni esatte di questi oggetti, spesso microscopici, hanno dimostrato che le dimensioni delle spirali sono le cosiddette “sezioni dorate” nei rapporti, o “proporzioni Phi”. Dal tempo antico questa frazione è stata la regola “ferrea” in architettura e geometria.
La sua utilità sta nel fatto che se una certa lunghezza è divisa in due usando questo rapporto, il rapporto dell’originale lunghezza del pezzo più grande è lo stesso di quella che intercorre fra il più grande pezzo e il più piccolo. Appare da molte sottigliezze che simili oggetti sono ovviamente il prodotto di una inspiegabile e avanzata tecnologia. Rimarchevoli le loro somiglianze con elementi usati in congegni miniaturizzati nella nostra recentissima tecnologia, chiamati “nano macchine”. Tale tecnologia è da noi ancora nella sua infanzia, ma alcuni ingegneri stanno pensando ad applicazioni che sembrano essere fantascienza.

Gli scienziati immaginano di poter costruire microsonde impiegabili in medicina, per eseguire operazioni all’interno di vasi sanguigni, non possibili con le odierne tecniche chirurgiche.

Tutti i test condotti per datare gli oggetti ritrovati danno una età variabile fra i 20.000 e i 318.000 anni, dipende dalla profondità e dalla situazione dei siti.

Ma anche si trattasse solo di 2.000 o di 20.000 anni, siamo di fronte all’inevitabile domanda: chi, fra tutti i popoli del mondo era a quel tempo capace di creare qualche oggetto di micro filigrana finissima, qualcosa che la nostra tecnologia solo adesso è in grado di acquisire? La stessa che eresse e orientò verso le stelle i templi di Angkor Vat, Giza e Tiahuanaco?

Proprio in quest’ultimo sito si trova una piramide circondata da un alone di mistero non ancora del tutto svelato: l’Akapana, della quale rimane un tumulo di terra con un cratere al centro, frutto del lavoro dei cercatori di tesori.
Originariamente al posto di quella grossa buca, a 18 metri d’altezza, si trovava un pozzo centrale a forma di croce. Secondo gli archeologi il pozzo alimentava una serie di canali interni, attraverso i quali l’acqua raggiungeva ogni livello della piramide.
Un complesso sistema di tubazioni faceva sì che l’acqua scendesse a cascata lungo tutti i gradini della costruzione.
Peter Kolosimo accennò, forse leggendo i resoconti di Homet, ad un passaggio sotterraneo ostruito dalle rovine che conduceva ad una camera sotterranea. Oggi, l’archeologo Osvaldo Rivera, dell’Istituto Boliviano di Archeologia, afferma di essere vicino all’entrata della stanza sotterranea, che sarebbe indicata sotto la figura di Viracocha scolpita sulla “Porta del Sole”, un monolito di un unico blocco ritenuto da Posnansky e da Alexandr Kasanzev, la rappresentazione di un calendario ove sono segnati i solstizi.

La figura del dio poggia su una piramide a gradini al cui interno si vede, in profondità, la raffigurazione di una stanza accessibile attraverso ben otto corridoi. Secondo Hancock la figura sembra l’icona di un computer. Forse non è molto in errore. L’antica lingua Aymara possiede una struttura talmente semplice da poter essere tradotta in linguaggio informatico. Coincidenze?

Rapido il collegamento con Giza. Entrambi i siti risalgono a 12.000 anni fa e si ergono su una serie di camere sotterranee ove sembra sia custodito il messaggio di un’antica civiltà.

tiahuannaco13Le rovine sparse disordinatamente di Tiahuanaco, come se un violento terremoto le avesse scomposte, non sono sufficienti a stabilire verso quali stelle erano orientate; ma, secondo Hancock, 12.000 anni fa, contrapposta alla costellazione del Leone visibile a Giza, vi era quella dell’Acquario. Questa la si potrebbe ritrovare nei motivi acquatici del Kalasasaya, nei canali che portavano acqua alla piramide di Akapana. Forse proprio tale costruzione era la rappresentazione della costellazione in Terra.

Infine, gli oggetti rinvenuti fra le rovine destano molte perplessità: bicchieri, tazze, cucchiai, piatti d’oro. Solo alla fine del 1.500 compaiono in Europa piatti e posate. Quale tipo di civiltà ne faceva uso a Tiahuanaco? E quando?

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Ambiente, Cultura, Misteri della natura e della scienza, Scienza, Scienze naturali | Contrassegnato , | 1 commento

Decarbonizzazione dell’acciaio.

La Green Deal è una strategia europea che dovrebbe ridurre l’emissione dei gas serra del 55% nei prossimi 30 anni con leggi e investimenti. Una pioggia di soldi.

In pratica una guerra alla anidride carbonica CO2 ovvero al carbonio.

Diciamo subito che la quasi totalità della energia mondiale è fornita dalle centrali termoelettriche che emettono CO2 quelle inquinanti che usano combustibili fossili.

Per far capire di cosa parliamo, faccio un esempio.
Nel caso della combustione della legna per ogni atomo di idrogeno sono presenti dieci atomi di carbonio (rapporto 10:1). Il carbone ha invece due atomi di carbonio per ogni atomo di idrogeno (rapporto 2:1). Il petrolio ha un rapporto carbonio-idrogeno pari a 1:2, ossia per ogni atomo di carbonio esistono due atomi di idrogeno, mentre quello del gas naturale è pari a 1:4  ed è il più basso tra le fonti d’energia fossile.

Va chiarito quindi che la decarbonizzazione non è l’eliminazione del carbonio dal processo di produzione dell’energia elettrica, ma la riduzione. Pertanto non si avrà mai una riduzione a zero del CO2

La decarbonizzazione quindi è il principale processo di riduzione del rapporto carbonio-idrogeno nelle fonti di energia.

Il concetto di decarbonizzazione viene citato quando si parla di transizione da una società che utilizza combustibili fossili ad una società che produce energia con carbone depotenziato.

La transizione energetica riguarda, quindi, tutti i settori della catena energetica, dalla produzione alla distribuzione e quindi agli utilizzi finali.

Decarbonizzazione dell’acciaio. Cos’è?

L’acciaio si fa con il ferro e il carbonio.
Proprio così. Non c’è altro modo.

La percentuale di carbonio varia tra lo 0,1% allo 1,8% che rende l’acciaio malleabile quindi lavorabile a freddo e a caldo. Oltrepassato il limite dello 2,11% si parla di ghisa che è acciaio rigido.

Decarbonizzazione quindi non significa eliminare il carbonio presente nell’acciaio.

Allora? – mi domanderai. Beh, continua a leggere e capirai.

La produzione dell’acciaio consiste essenzialmente nella preventiva diminuzione del contenuto di carbonio (decarburazione) fino al limite utile allo scopo ed eliminazione delle impurezze della ghisa (per combustione di queste con ossigeno) e nella successiva aggiunta delle quantità di metalli necessari per ottenere il tipo di acciaio.

Facile no? Fin qui credo che l’abbia (forse) capito anche il mio amico esperto di cucina. Sono sicuro che l’ha capito la mia amica casalinga di Verona.

Ok. Vado avanti in maniera molto sintetica.

Tutto ha inizio dalla produzione della ghisa negli altoforni.

altoforno2L’altoforno è una torre, generalmente di 40 metri di altezza a 10 di diametro a forma di cono, che viene caricata dall’alto con materiale ferroso (Fe2O3) e aggiunta di coke che ha il compito di generare calore per favorire la riduzione (ossidazione).

Il cono inferiore prende il nome di sacca e quello superiore di tino. La zona di massimo diametro che divide la sacca dal tino è chiamata ventre. La parte superiore del tino viene denominata bocca. Le temperature vanno dai 1800° C ai 200° C alla bocca.

Dal basso su una base di materiale ferroso e coke viene soffiato generalmente ossigeno a 1000 gradi che provoca la combustione del coke portando la zona a circa 2000 gradi generando monossido di carbonio CO.

C +1/2 O2 → CO + calore (110.5 kJ)

Il monossido di carbonio sale lungo l’altoforno, riscalda la massa caricata e il CO reagisce con la ematite (Fe2O3).

Fe2O3 + 3 CO → 2Fe + 3CO2 + calore

Il gas che fuoriesce dall’altoforno è così formato: 60%N2, 24%CO, 12%CO2, 4%H2.

Al termine si ottiene una ghisa fusa madre o di prima estrazione  alla temperatura di 1330-1380°C che è impura. Ha una percentuale di carbonio troppo elevata (3,5 – 4.5%) e va ulteriormente decarbonizzato. A questo si deve aggiungere il materiale di scarto della combustione dovuto ad altri materiali immessi nella lavorazione (ganga di silicio, alluminio. calcio, magnesio). I silicati di calcio galleggiano sul ferro fuso e vengono facilmente rimossi.

L’ulteriore decarbonizzazione del ferro avviene in alcuni forni chiamati convertitori o semplicemente forni. La conversione della ghisa in acciaio avviene in impianti chiamati acciaierie.

La ghisa liquida viene immessa in questi forni e viene attraversata da aria (ossigeno puro) che viene sparata  (insufflata) al suo interno a seconda il tipo di forno.

A questo punto l’aria reagisce con il carbonio della ghisa decarburandola secondo la seguente reazione liberando anidride carbonica qualunque sia il tipo di forno (Bessemer-Thomas, a Ossigeno, Martin-Siemens, forno ad Arco Elettrico):

C + O2 → CO2

L’acciaio può essere o solidificato in lingotti e inviato alla laminazione primaria oppure versato nella colata continua.

acciaieria2

Conclusione: Qualsiasi sia il metodo di decarbonizzazione si ottengono gas inquinanti di combustione sia nell’altoforno sia nei convertitori che vengono immessi nell’aria, oltre a materiali di scarto.

Il forno elettrico ad arco.

fornoadarcoIl forno elettrico ad arco ha il vantaggio di consentire il rapido raggiungimento di temperature elevatissime e facilmente regolabili, nonché la fabbricazione di acciai di altissima qualità.

Ulteriore vantaggio del forno è la dotazione di un sistema di captazione e abbattimento dei fumi.

Il forno elettrico viene utilizzato per produrre acciaio a partire da rottame di ferro. Il materiale (allo stato solido) viene attraversato da una corrente elettrica che lo riscalda fino alla temperatura di fusione. la parte metallica fusa vien quindi raccolta nelle lingottiere separatamente dalle scorie.

il calore, che può raggiungere temperature intorno ai 3000°C, è prodotto elettricamente dall’arco voltaico con elettrodi di grafite.

Pubblicato in Ambiente, Attualità, Tecnologia | Contrassegnato , , , | 2 commenti

Le figure di Nazca

figure-nazca

Perfette perché  anche quando il loro tracciato si estende per chilometri e chilometri, le linee  che li costituiscono avanzano nel terreno perfettamente dritte, sia che  attraversino una collina o un terreno accidentato, superando avvallamenti,  incrociando altre figure, perdendosi oltre l’orizzonte ma mai deviando da un  percorso rettilineo.
Alcuni dei disegni, le cui dimensioni raggiungono anche i 200 metri e le cui  tracce hanno larghezza variabile (da pochi decimetri a oltre cinquanta metri),  rappresentano animali (come una scimmia, un ragno, un colibrì, una balena),  fiori, mani, ma la maggior parte sono sicuramente figure geometriche. 

Nel 1939, una piccola flotta aerea che sorvolava la pianura desertica del Perù (Pampa di Palpa) notò sul suolo la presenza di strane linee, che solo successivamente, osservandole da una maggiore altezza, furono identificate in perfetti disegni geometrici.

Da questa caratteristica, che le rendeva visibili solo dall’alto sta la spiegazione del perché siano state scoperte così tardivamente, considerando che da alcuni scienziati vengono fatte risalire addirittura a 1500 anni fa.
La stranezza e il fascino che questi disegni silenziosamente emanano sDa questa caratteristica, che le rendeva visibili solo dall’alto sta la spiegazione del perché siano state scoperte così tardivamente, considerando che da alcuni scienziati vengono fatte risalire addirittura a 1500 anni fa, in una zona disabitata e delimitata da un lato, dalle grandi vallate di due fiumi e dall’altro dalla catena collinare pre-andina, colpirono il geografo americano Paul Kosok, il quale si accorse della loro esistenza il 21 giugno del 1941, mentre a bordo di un aereo si stava recando a fare un picnic insieme alla moglie Rose.
Subito egli fu impressionato da due aspetti: le dimensioni davvero notevoli di quelle figure, che in totale descrivevano una zona lunga 50 Km e larga 15, e la località dove si trovavano, cioè un altopiano desertico delle Ande. Per otto anni egli non si allontanò da quella località, di cui studiò gli enigmatici manufatti nel vano tentativo di chiarirne il segreto.

Ma allora perché solo nel ’39 ci siamo accorti della loro presenza? La spiegazione sta nel modo in cui sono state tracciate le linee, cioè rimuovendo delle pietre dalla superficie del terreno per permettere così alla ghiaia sottostante di assumere, grazie all’esposizione al sole, prima un colore giallo pallido e poi un colore bruno-rossastro, rendendole così visibili solo dall’alto. Queste linee si sono così conservate per secoli grazie all’assenza delle piogge.

Ma perché gli indiani di Nazca, un popolo la cui cultura fu prima assorbita dall’impero degli Inca (XV secolo) e poi successivamente annullata dai conquistatori spagnoli, crearono questa immensa opera sul terreno?

IPOTESI:

Strade
Una delle prime teorie fatte sulle linee di Nazca fu che esse dovevano essere antiche strade, ma essa fu però respinta dopo che la zona interessata fu osservata dall’alto con aerei che la sorvolarono tra la fine degli anni 20 e successivamente negli anni 30. Un’altra ipotesi simile fu che esse fossero piste di atterraggio, ma per chi?.

Artistiche
Da escludere poi l’ipotesi che gli indiani di Nazca segnarono il loro deserto per una motivazione artistica in quanto non avevano la possibilità di vedere dall’alto.

Religiose
Più attendibile risulta la teoria di Tony Morrison, un produttore cinematografico, secondo il quale le linee di Nazca erano dei ceques, cioè sentieri tracciati per fini religiosi. Infatti i tracciati non si intersecano mai. Hanno un ingresso, e dopo un tortuoso percorso, una uscita dalla medesima parte.
I fatti principali che lo portarono ad una simile conclusione furono principalmente due.
Il primo si basava su un documento spagnolo risalente al 1653 che spiegava come nella capitale Inca di Cuzco, gli indiani edificarono santuari lungo linee che si irradiavano dal tempio del sole. Quindi i cumuli di pietra congiunti dalle linee di Nazca potevano essere per ciò resti di santuari.
Il secondo fatto, che rende la teoria ancora più attendibile, vede come protagonista la regione della tribù degli Aymarà. Qui Morrison trovò un insieme perfetto di linee come quelle di Nazca, che univano piccole costruzioni in pietra usate per funzioni sacre, dette sacelli.

Riferimenti astronomici
Per l’archeologo Paul Kosok invece, le linee e i disegni servivano per osservazioni astronomiche. La sua teoria, che si basava su una mappa che egli stesso aveva tracciato, venne avallata anche da una matematica tedesca, Marie Reiche secondo la quale gli animali e le figure geometriche, puntate verso le maggiori stelle, rappresentavano costellazioni di un enorme calendario, utilizzato dai Nazca per calcolare il tempo.
Ma oltre a trovare molti possibili allineamenti dei segni verso stelle maggiori o verso il sole, Marie Reiche non trovò altre cose che potessero avallare la sua teoria. Ma nel 1968, Gerald Hawkins, un astronomo dell’osservatorio astrofisico di Washington, scoprì allineamenti simili al famoso monumento megalitico di Stonehenge, e il risultato più importante a cui giunse.

Alcuni risultati furono veramente interessanti, il dato più significativo, ad esempio, fu l’allineamento di una figura detta il Grande Rettangolo con le Pleiadi, nell’anno 610.
Questa data coincide con la datazione ottenuta al carbonio-14 di un palo di legno ritrovato nel luogo. E’ da tenere però presente che questo, come altri allineamenti, dimostrato tramite computer, rientra però in casistica casuale.

Extraterrestri
Altre ipotesi prendono poi le misteriose linee di Nazca come rivelatrici di presenze extraterrestri…..

Conclusione:
Quale sia quindi con certezza lo scopo delle linee di Nazca non si sa. Una cosa è certa: coloro che hanno tracciato queste linee così perfettamente allineate e precise dovevano essere maledettamente bravi.

Resta il fatto che ancora oggi questo arido altopiano del Perù nasconde in se qualcosa di misterioso, sepolto da secoli e che forse non verrà mai alla luce.

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Ambiente, Misteri della natura e della scienza, Natura, Scienze naturali | Contrassegnato | 1 commento

Baalbek, il mistero dei megaliti.

baalbek01

Il complesso megalitico di Baalbek, in Libano, rappresenta per molti aspetti un vero e proprio enigma architettonico e culturale. Il mistero dei suoi megaliti che non hanno confronto al mondo.

Le rovine di Baalbek si trovano a circa 90 km da Beirut, Libano, nella valle della Beqa’a, ai piedi delle montagne dell’Antilibano in una valle in cui si originano l’Oronte, a nord, e il Litani, che scorre da sud a ovest. Il sito godeva, soprattutto in epoca romana, di grande importanza tanto che veniva considerato una delle meraviglie del mondo. Ma cosa rende così speciale questo luogo?

Ebbene tralasciando per un momento le implicazioni di ordine religioso, ciò che rende straordinario questo complesso monumentale è la presenza di numerosi megaliti, inseriti nella struttura del tempio di Giove. La maestosità del tempio era tale, che gli imperatori romani arrivarono a percorrere fino a 2.500 chilometri per consultarne l’oracolo e godere dei suoi vaticini.

Il sito di Baalbek pone molti interrogativi e gli studiosi sono divisi tra coloro che considerano l’intero complesso come un prodotto delle maestranze romane, coloro che, invece, ritengono che il podio su cui poggia il tempio di Giove sia di origine fenicia, e infine coloro che lo considerano ancora più antico, forse appartenente alla cosiddetta civiltà megalitica di cui si ritrovano le tracce sparse in tutto il mondo, dall’Egitto al Mesoamerica.

Qualunque sia l’indirizzo d’indagine in tutti e tre i casi rimane insoluta la spiegazione di come sia stato possibile trasportate i megaliti dalla cava fino all’acropoli, sebbene il tragitto non sia molto lungo. Le asperità del terreno e il peso dei blocchi complicavano molto il trasporto, come fu possibile, quindi, mettere in sede gli enormi blocchi in maniera così perfetta che tra loro non si può infilare neanche la lama di un coltello.

IL SITO

Le tradizioni locali che risalgono fino al Medioevo, specificano che il complesso fu costruito durante il regno di re Salomone. Tuttavia, se Salomone avesse davvero eretto il sito di Baalbek è sorprendente che l’Antico Testamento non abbia menzionato nulla della questione.

A dire il vero quelle che si stagliano contro il cielo e attraggono i turisti sono rovine di templi che i romani eressero in onore a quattro delle loro divinità.

Il più grande era dedicato a Giove (Zeus per i greci). Le sue dimensioni sono tali da far sembrare piccolo il Partenone di Atene. Le sue colonne sono ben più alte di quelle del tempio di Amon a Karmak in Egitto. Inoltre per splendore e dimensioni offusca perfino il tempio di Giove a Roma o qualsiasi altro tempio eretto in qualsiasi altra località dell’impero.
Accanto ad essi i romani vi eressero ancora tre templi più piccoli, (ma non per questo meno imponenti), dedicati a Venere, Mercurio e (forse) Bacco.

Il Tempio di Giove era davvero imponente, le sue colonne erano alte fino a 32 metri, con una larghezza pari a circa 4 metri. Purtroppo, solamente 6 di queste splendide colonne hanno resistito ai secoli.

Incredibile è l’imponenza dei blocchi su cui poggia il tempio, che stando alle stime dei ricercatori, attualmente nessun macchinario sarebbe in grado di mettere in opera. Tutta la sua imponente struttura, infatti, è costituita da blocchi di pietra tra i più pesanti che si possono incontrare al mondo.

Nel muro di sudest esiste una fila di nove blocchi di granito dove ciascuno ha un peso di 300/1000 tonnellate, con una dimensione di 10 metri di larghezza per 4 di altezza e 3 di profondità perfettamente tagliati e posizionati con precisione. Nel lato opposto esiste un fila di 6 blocchi aventi le medesime caratteristiche, che fanno da base ai tre giganteschi blocchi del Trilithion.


Solo per fare un paragone i blocchi di pietra della piramide Cheope pesano in media “solo” 2,5 tonnellate.


Persino oggi con i nostri macchinari è impossibile sollevare tali pesi.

Alcuni ricercatori, però, hanno sottolineato che non esisterebbe alcun mistero a Baalbek, in quanto gli enormi blocchi sarebbero stati trasportati utilizzando dei rulli di legno, su cui sarebbero scivolati i megaliti, in un secondo momento sarebbero stati messi in opera con l’ausilio di terrapieni.

Purtroppo, questa spiegazione rimane priva di logica se pensiamo che per realizzare un simile trasporto, ammettendo che i rulli non si sgretolino sotto il peso, occorrerebbero circa 40.000 uomini per muovere un solo monolite.

l sito di Baalbek, che dal 1984 è stato inserito nella lista dei Patrimoni dell’Unesco, è tornato di attualità con la scoperta del più grande monolito di sempre.

Nuovi scavi hanno, infatti, portato alla luce un monolito di 19,60 metri di lunghezza, il cui peso è stato stimato in 1.650 tonnellate, così da essere il più grande di sempre a seguito di uno scavo.

Lo scopo dello scavo era quello di comprendere per quale motivo un monolito che era stato trovato in precedenza, sempre di lunghezza 20 metri circa e 4 di larghezza, con un peso stimato di circa 1000 tonnellate, fosse stato lasciato all’interno della cava. Non sollevava meno interrogativi la modalità per mezzo delle quali lo stesso fosse stato trasportato, domanda a cui non si è lontanamente in grado di fornire una risposta, nonostante la miriade di ipotesi in merito ai fantomatici sistemi.


Al monolito preesistente era stato dato il nome di “Hajjar al-Hibla“, e gli esperti volevano capire anche quali strumenti fossero stati usati per tagliarlo. Durante gli scavi, però, ci si è accorti che sotto “Hajjar al-Hibla”, si trovava un altro monolite, della stessa lunghezza ma dalle dimensioni maggiori, 6 x 5,5 metri,  di conseguenza divenuto il più grande di sempre.


CONCUSIONE

L’attribuzione ai romani è valida per la costruzione del tempio di Giove, ma per quale motivo avrebbero dovuto tagliare e spostare tali megaliti, impiegando uno sforzo straordinario di uomini e di mezzi per spostarli, quando avrebbero potuto tagliare i blocchi in dimensioni minori? In più, una piccola imperfezione verticale nel monolite avrebbe potuto causare più danni strutturali di un’imperfezione distribuita su più blocchi di pietra.

Inoltre, il mistero si complica analizzando la superficie della Grande Corte. Lo strato superiore, infatti, presenta un livello di pietra vetrificata, un fenomeno che forse fu provocato dall’esposizione a una sconosciuta fonte di calore, o dall’impiego di trapani o seghe circolari che impiegavo il calore.
Purtroppo, tra le molte interpretazioni proposte nessuna sembra spiegare in maniera esaustiva né le modalità, né gli strumenti impiegati e tanto meno gli autori di questa monumentale struttura megalitica.

In conclusione, possiamo certamente evidenziare che il sito di Baalbek rappresenta per molti aspetti un vero e proprio enigma architettonico e culturale, in quanto nulla si conosce dei suoi costruttori.

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Ambiente, Misteri, Natura, Scienza | Contrassegnato | 1 commento

Aleksandr Aleksandrovich Friedmann

Aleksandr Friedmann è stato l’uomo che ha scoperto l’espansione dell’Universo.

Lo ha fatto non soltanto grazie a quello straordinario talento per la matematica che ne faceva un vero fuoriclasse in materia, ma anche in virtù di un profondo intelletto privo di pregiudizi o dogmi, che gli ha permesso di andare oltre la visione dell’universo comunemente accettata, minando nelle fondamenta il modello eterno e immutabile tanto caro al grande Einstein, Lemaître prima e poi George Gamow che utilizzeranno i risultati di Friedmann come base di partenza per sviluppare la teoria di un modello di universo in evoluzione, teoria che sarà poi conosciuta come Big Bang.

Ma andiamo per ordine.

Ne era stato condizionato perfino lui, Einstein.
La religione li aveva rimbecilliti un po’ tutti, anche i migliori cervelli. Dopo che Dio aveva creato la Terra si era accorto che il cielo era nero e così si è affrettato ad aggiungere lucette sparpagliate qua e là come in un perenne presepe a guisa di una tappezzeria cosmica.

Anche Newton l’inventore della gravità era convinto della staticità dell’universo. Eppure si sarebbe dovuto subito rendere conto che proprio a causa della gravità l’universo si sarebbe dovuto contrarre su se stesso. E con lui scienziati dal Seicento, del Settecento fino all’Ottocento.

Einstein lo aveva capito, ma convinto anche lui della staticità dell’universo aveva inserito nella sua formula una costante, chiamata costante universale, che non si sa da cosa dipendeva. Un specie di forza repulsiva, antigravitazionale, a contrastare quella gravitazionale che tendeva a far collassare l’universo su se stesso.

La fede in un universo statico era ancora fortemente radicato da persistere fino al XX secolo quando Edwin Hubble nel 1929 sdoganò la scienza dalla teologia e dalla ragnatela religiosa dimostrando che l’universo era in costante espansione.

In realtà un altro scienziato contemporaneo di Einstein aveva capito prima del suo amico/nemico Einstein e Hubble che l’universo non doveva essere necessariamente statico, una specie di fotografia stampata nel cielo. Il fisico russo Aleksandr Fridmann. 

Nel 1922 Friedmann invia i suoi studi “Sulla curvatura dello spazio” alla rivista Zeitschrift für Physik che lo riceve il 29 giugno del 1922. La stessa rivista riceve una breve nota dal grande Einstein, che senza mezzi termini critica il lavoro di Friedmann, bollandolo come “matematicamente sbagliato”. D’altronde per chi come Einstein pensava che l’universo dovesse essere stazionario ed eterno, l’articolo di Friedmann poteva sembrare una vera e propria eresia.

Ma Friedmann non è tipo da alzare bandiera bianca e ritrattare le sue idee; lui che era stato eroe di guerra, oltreché essere uno dei migliori matematici del mondo, il 6 dicembre scrive direttamente allo stesso Einstein una lettera nella quale sviluppa tutti i calcoli in maniera dettagliata e invita lo scettico scienziato, qualora si convincesse dell’esattezza dei suoi calcoli, a informare il direttore della rivista Zeitschrift für Physik affinché ne prenda nota.

Passano molti mesi, tuttavia, senza che Friedmann riceva una risposta; allora lo scienziato affida la lettera con i calcoli al suo amico Krutkov, che avrebbe incontrato Einstein  nella casa di Ehrenfest. Il padre della relatività manda una nota alla rivista nelle cui pagine si era svolto il “duello”, ammettendo che la sua costante gravitazionale fu il suo più grande errore e la correttezza dei risultati di Friedmann.

Crolla così il mito dell’universo immutabile ed eterno.

Tuttavia il lavoro di Friedmann rimase per lo più sconosciuto al mondo occidentale. Bisogna aspettare gli anni 1940, 15 anni dopo la sua morte, perché il nome dello sfortunato scienziato russo torni alla ribalta, grazie a uno degli allievi più brillanti di Friedmann, George Gamow, nella cui autobiografia si legge: “Stando alla teoria originaria di Friedmann sull’Universo in espansione, il cosmo deve aver avuto origine da uno stato singolare… “.
Dopo che le osservazioni sperimentali avranno definitivamente condannato il modello di universo stazionario, i lavori di Friedmann saranno tutti ripubblicati in Unione Sovietica nel 1963, in occasione del settantacinquesimo anniversario della sua nascita.

Secondo Fridman l’universo doveva essere uguale da qualsiasi parte lo si osservi. Nel suo modello le galassie si allontanano una dall’altra come i puntini segnati su un palloncino che si gonfia. Tanto maggiore i puntini sono lontani da loro tanto maggiore sarà la velocità alla quale si allontanano. La velocità di espansione è proporzionale alla distanza che le separa. Questo introduceva un altro concetto fondamentale della fisica: le galassie si spostavano verso il rosso dello spettro delle frequenze.

Mentre Einstein si occupava degli effetti della gravità nell’universo la cui forza è capace di distorcere lo spazio ed anche il tempo, Friedman era alle prese con il tasso di espansione dell’universo. 
Nel modello di Friedmann dove le galassie si allontanano direttamente una dall’altra, la velocità alla quale si allontanano determina in un certo senso il destino dell’universo.

Per frenare la velocità di espansione, che può essere calcolata in modo molto accurato con l’effetto Doppler (red shift), era necessario conoscere la forza della gravità esercitata dalle stesse galassie.

Allo scopo è necessario conoscere la densità dell’universo. In parole povere la massa dell’universo. Se la densità media dell’universo è inferiore ad un certo valore critico l’attrazione gravitazionale risulterà troppo debole per arrestare l’espansione. Le galassie cominceranno ad allontanarsi l’una verso l’altra. La distanza fra le galassie aumenta all’infinito.
Se la densità media è superiore al valore critico l’universo entrerà in una fase di contrazione e la distanza fra le galassie tenderà allo zero.

Queste considerazioni sono frutto della sua equazione, chiamata equazione di Friedmann. Una soluzione della equazione di campo di Einstein nel caso di un universo omogeneo, isotropo e non statico. Sotto queste ipotesi, è possibile definire una densità media dell’universo (densità di massa-energia) e, come Friedman ha dimostrato, descrivere lo spazio in ogni istante. 

Dove “R” è un fattore di scala.”c” è la velocità della luce. “ρ” è la densità dell’universo. “k” è il parametro di curvatura. “G” è la costante universale di Newton.

K=0 universo piatto ( infinito e destinato a un’espansione eterna).
K>0 universo chiuso (abbiamo un universo chiuso, sferico, finito e destinato all’implosione, a collassare su se stesso).
K<0 universo aperto (abbiamo un universo iperbolico, infinito e destinato a un’espansione eterna).

I tre modelli di Friedmann presentano una caratteristica comune. Affermano che, in un tratto di tempo compreso tra dieci e venti miliardi di anni fa, la distanza tra le galassie doveva essere pari a zero. In quel momento. comunemente chiamato Big Bang, la densità dell’universo e la curvatura dello spazio-tempo avrebbero dovute essere infinite. Ciò presuppone l’esistenza di una cosiddetta “singolarità” nell’universo.

Friedmann aveva ragione su un’altra cosa.

L’universo sembrava identico in qualunque direzione guardiamo. Per molto tempo questa considerazione non bastò a giustificare la validità dell’assunto di Friedman. Solo una quarantina di anni dopo per via di un caso fortuito, emerse che l’assunto di Friedman costituiva di fatto una descrizione notevolmente accurata del nostro universo.

Nel 1965 due fisici americani, Penzias e Wilson, stavano lavorando presso i laboratori della Bell, al progetto di un rilevatore di microonde estremamente sensibile per le comunicazioni con i satelliti orbitali. Quando rilevarono un segnale che non sembrava provenire da una direzione particolare. Il segnale era lo stesso ovunque si orientasse il rilevatore e doveva provenire dall’esterno dell’atmosfera. Inoltre si manteneva costante di giorno come di notte, in tutte le stagioni dell’anno anche se la Terra ruota sul proprio asse e orbita attorno al Sole.

Era chiaro che la radiazione captata dal rilevatore doveva provenire dall’esterno del sistema solare e persino dall’esterno della galassia. Oggi sappiamo che, qualunque direzione si osservi, l’intensità di quel segnale varia al massimo di un decimillesimo.

Penzias e Wilson si erano quindi casualmente imbattuti in una conferma notevolmente accurata dell’assunto di Friedman: l’universo è identico in qualunque direzione guardiamo.

Aleksandr Friedmann muore di tifo il 16 settembre del 1925, a soli 37 anni.

fisici1

homeansa ritorna
a Fisica e Astrofisica
ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Astrofisica, Astronomia, Cosmologia, Cultura, Fisica, I misteri dell'universo | Contrassegnato , | 4 commenti

Gobekli Tepe

E’ opinione comune che Stonehenge sia il più antico sito archeologico. Sicuramente è il più famoso ed il più sponsorizzato per attrazione turistica. Il sito di Gobekli Tepe lo supera con ampio margine.  La sua colpa è di trovarsi in Turchia.

Su una collina sono stati ritrovati, poco alla volta, monoliti di grande bellezza. Sono enormi, alcuni alti fini a sei metri, pesanti svariate tonnellate. Sono spesso incisi con disegni, bassorilievi e incisioni di fattura squisita. Esclusa la possibilità che potesse trattarsi di un insediamento abitativo, l’ipotesi più concreta fatta finora è che questo fosse un luogo di culto, forse un tempio astronomico.

La cosa più stupefacente riguardo a Gobekli tepe è la sua datazione: una datazione che, per una volta tanto, non viene messa in dubbio nemmeno dall’archeologia dichiarata. Il sito, per quanto straordinario possa sembrare vista la sua incredibile complessità, risale ad oltre 11.500 anni or sono.
A quell’epoca l’Uomo era ancora un pastore nomade, e iniziava appena a sperimentare la stanzialità e la pratica dell’agricoltura.

Prima che venisse scoperto Gobekli Tepe in Turchia, intorno agli anni Novanta, non si pensava che un uomo del Neolitico potesse essere in grado di costruire qualcosa di simile. Ciò significa che è stato costruito intorno al 10.000 a.C.  A titolo di confronto, Stonehenge è stato costruito nel 3000 a.C. e le piramidi di Giza nel 2500 a.C. Gobekli è quindi il più antico di tali siti nel mondo, con un ampio margine. E’ così vecchio che precede la vita sedentaria dell’uomo, prima della ceramica, della scrittura, prima di tutto.

Situato nel sud-est della Turchia, il sito neolitco di Göbekli Tepe , si compone di una complessa struttura. Riconosciuto dagli studiosi il tempio più antico del mondo, il sito archeologico è stato negli ultimi 25 anni al centro di numerose ricerche da parte delle università di tutto il mondo.

La scoperta del Göbekli Tepe risale agli anni Sessanta ma il sito sembra essere stato dimenticato per poi essere riscoperto negli anni Novanta. Due archeologi dell’Università di Tel Aviv, il dottorando Gil Haklay e il suo supervisore, il porfessor Avi Gopher, hanno recentemente svelato i segreti di questo sito neolitico, evidenziandone l’intricato schema geometrico. «Potrebbe essere sorprendente ma la progettazione architettonica ha iniziato a svilupparsi già 15mila anni fa. All’inizio del Neolitico erano già in grado di pianificare e costruire con precisione progetti molto grandi e complessi».

La struttura del Göbekli Tepe è composta da decine di colonne monolitiche alte da quattro a cinque metri disposte lungo almeno 20 anelli concentrici, che gli archeologi hanno chiamato “recinti”. I pilastri del sito sono decorati con elaborati rilievi raffiguranti animali tra cui gazzelle, giaguari, asini selvatici asiatici e pecore selvatiche. Queste decorazioni hanno portato gli studiosi a considerare il sito come un vero e proprio luogo di culto, dove i devoti, probabilmente appartenenti a comunità diverse, si sarebbero riuniti per eseguire rituali.

La struttura e le dimensioni del sito aiutano anche a far luce sulla vita di chi l’ha costruito e utilizzato. «Stiamo parlando di cacciatori-raccoglitori ma, allo stesso tempo, vediamo segni di una struttura sociale molto complessa.
Non è ancora chiaro quanto tempo è stato impiegato per la costruzione del tempio. Potrebbero essere stati necessari secoli, se non di più, con il contributo, gli apporti e le stratificazioni di generazioni diverse .

Il triangolo equilatero

triangolo

Migliaia di anni prima dell’invenzione della ruota e della scrittura, i costruttori di Gobekli Tepe dimostrano di aver posseduto invece solide conoscenze nel campo della geometria. La struttura complessiva del sito è formata da una serie di cerchi in pietra, che sembrano tutti partire da un punto centrale formato da due alti pilastri a forma di “T”. Sono quattro i cerchi riportati alla luce finora, ma sembra ve ne siano almeno altri quindici tutt’intorno. Le scoperte degli archeologi israeliani dimostrerebbero invece che i tre cerchi fanno parte di un unico progetto complessivo che si sviluppa attorno ad un triangolo equilatero perfetto. Ogni lato misura all’incirca 19,25 metri.

Gobekli Tepe e le stelle

Detto con altre parole, la scoperta fatta dai due studiosi di Tel Aviv dimostra che chi ha cominciao a costruire Gobekli Tepe aveva un disegno ben preciso in mente, che aveva la capacità di riprodurlo in scala per poi realizzarlo a dimensioni reali, e che questo disegno non era legato al caso ma seguiva delle direttive precise. Ad ora, una delle ipotesi più concrete circa la ragione degli orientamenti delle costruzioni di Gbekli Tepe riguarda le stelle, cosa che confermerebbe la sua natura di osservatorio astronomico. L’allineamento complessivo dei tre anelli considerati è nord-nordovest. Nei cerchi ci sono delle pietre con dei fori. Questi fori erano considerati dei “passaggi per le anime”, il luogo da cui lo spirito poteva raggiungere l’aldilà. Si suppone allora che la triangolazione servisse ad orientare il sito verso la fenditura del Cigno, il luogo in cui la Via lattea si biforca. Era credenza comune di molte popolazioni antiche, specie americane, che qui l’anima dovesse scegliere tra due sentieri, uno diretto al male e uno votato al bene.

Tenendo per buona questa lettura di Gobekli Tepe, si potrebbe allora interpretare la famosa “stele dall’avvoltoio” come una rappresentazione del viaggio dell’anima

Più cose sappiamo su Gobekli Tepe, insomma, più prende corpo e sostanza la storia di Atlantide, di un popolo antico dovuto fuggire dalla sua terra di origine 12.000 anni fa, e le cui immense conoscenze diedero il via alla civiltà come la conosciamo oggi.

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page

Pubblicato in Ambiente, Misteri della natura e della scienza, Natura, Scienza | Contrassegnato , | 3 commenti

Gli Indiani d’America: 2) I Pellirossa, i motivi del tracollo.


| Gli indiani d’America | Il contesto storico | I coloni | Lo scontro |
| Gli indiani d’America oggi | Conclusioni |

Io da piccolo e anche da più grandicello leggevo Tex.

Per noi prima ragazzini e poi ragazzi di quell’epoca Tex Willer era il Ranger amico, amico degli indiani che pestava a suon di cazzotti i prepotenti e liquidava i cattivi a suon di pistolettate. Per gli indiani Navajos è un saggio capo bianco e fratello di ogni uomo rosso.
Tex ci piaceva perché ci ha fatto conoscere il mondo degli indiani d’America come non lo avevamo mai conosciuto prima. Apprezza e rispetta la cultura indiana. Spesso lo abbiamo visto vestito alla maniera navajo. Lilyth è stata la sua moglie Navajo. Difende il popolo rosso da chi lo vuole distruggere: trafficanti d’armi o d’alcol, generali che pensano che “l’unico indiano buono è un indiano morto”.
Tex ci piaceva perché ci ha fatto conoscere le grandi praterie del Mid-West, i deserti del Sud-Ovest, le foreste del Canada, le città dell’Est, le giungle pluviali, le misteriose rovine maya e azteche. Conoscevo a memoria tutte le tribù indiane dal Messico ai grandi laghi canadesi.

Grandi laghi, foreste, praterie, deserti, aspre catene montuose, coste favorevoli alla pesca, praterie ricche di animali da cacciare. E’ in questi ambienti, generosi o estremi, che ha inizio la storia degli Indiani o Pellerossa, i primi colonizzatori del Nord America.


GLI INDIANI

Agli occhi dei coloni si mostrò un immenso continente con una civiltà ferma alla vita di 8000 anni prima quando in altre parti del mondo iniziarono a formarsi le prime comunità organizzate.

Il principio di base dei nativi era sempre stato il rifiuto di qualsiasi sorta di governo. Malgrado ci fossero numerose tribù, esse non si sono mai unite a formare una pur rudimentale unione che le rappresentassero e regolasse le loro attività.
La libertà dell’individuo era considerata praticamente da tutti gli indiani a nord del Messico come una regola infinitamente più preziosa del dovere dello stesso individuo verso la sua comunità o la sua nazione. Il fenomeno di singoli individui, o piccoli gruppi, che abbandonavano la tribù di origine per unirsi ad un’altra dello stesso ceppo linguistico era piuttosto comune.

L’uomo indiano non aveva obblighi di lavoro o di tributi verso alcun suo simile: cacciava e lavorava unicamente per soddisfare i bisogni propri e della propria famiglia, e una volta soddisfatti questi, poteva dedicare il suo tempo al riposo, alla danza, ad altre arti.

Una sorta di paradiso terrestre. E quando le risorse scarseggiavano la tribù toglieva le tende e si trasferiva altrove tanto vasto era il territorio.

Questa era la vita degli Indiani d’America fino al 1492, ma anche fin quando all’inizio del cinquecento giunsero i francesi e inglesi.

Cultura.

Quando i primi coloni arrivarono non trovarono città, nessun insediamento stabile urbanizzato. A quindici secoli dalla nascita di Cristo gli indiani d’America non avevano ancora costruito edifici in legno e in muratura. Nessun segno di strade e monumenti.
Ben 4000 anni prima i faraoni egiziani erano capaci di costruire le Piramidi e la Sfinge. Ed ancora molto tempo prima civiltà sconosciute erigevano monumenti come Stonehenge e Baalbek. Nel 215 a.C. i Cinesi contrivano la grande muraglia. I romani costruivano il Colosseo.

Gli indiani d’America non conoscevano la carta. La scrittura non era praticata. I racconti venivano tramandati oralmente. Solo nel 2019 un gruppo di archeologi scopriva un rudimentale sillabario, di un alfabeto scritto della tribù dei Cherokee, nelle iscrizioni nella roccia. 
Il mondo occidentale nel frattempo aveva già dato i natali a filosofi e narratori del calibro di Socrate, Omero. L’Italia aveva già dato i natali a Dante Alighieri.

L’arte dei nativi Americani si limitava a rappresentazioni colorate sulla sabbia praticate principalmente dagli sciamani a livello di rappresentazione magica. Sconosciuta la pittura, la scultura.
In Italia nel secolo XV, ovvero in pari epoca, abbiamo conosciuto le opere di Nicolò Macchiavelli, Raffaello, Brunelleschi, Botticelli, Michelangelo Buonarroti.

Gli indiani del settentrione degli Stati Uniti e del Canada sono stati maestri nella complessa costruzione in legno e scorza d’albero, ma non sono andati oltre la costruzione di canoe.
Se poi è vero che i Vichinghi raggiunsero il continente americano ben prima di Colombo sulle loro imbarcazioni formando anche numerose colonie, è evidente che i nativi americani nulla ebbero ad imparare da questo popolo navigatore.

Fin dall’antichità l’uomo ha sempre utilizzato il mare come via di comunicazione e con il passare dei secoli ha sviluppato il più moderno mezzo di trasporto: le navi. Egiziani, fenici, romani, scandinavi, persino i cinesi costruivano già le loro navi da tempi immemorabili.
Alla fine del Medioevo l’uso dei remi fu progressivamente sostituito con l’esclusivo impiego di vele, in particolare nelle navi costruite nell’Europa settentrionale per la navigazione nell’oceano Atlantico
.

Gli indiani d’America non conoscevano la matematica. Le osservazioni astronomiche di poco rilievo.
Nel IV secolo a.C. in tutto il mondo occidentale venivano eretti monumenti di pietra orientati verso i punti in cui sorge e tramonta il sole, i solstizi e equinozi. Gli egiziani conoscevano le costellazioni. Nel terzo secolo a.C. Archimede riuscì a far scendere lentamente in mare una grossa nave a tre alberi, carica. Introduce nuovi elementi anticipando la legge esponenziale e il calcolo logaritmico.

Gli indiani d’America non avevano ancora inventato la ruota. Probabilmente, perché non avevano animali che potessero trainarli.
Già nel 3000 a.C., il carro provvisto di ruote appare in un bassorilievo in Mesopotamia.

Il cavallo arrivò nelle Americhe solo con l’avvento dell’uomo bianco.
Con la cattura dei primi esemplari di cavalli vi fu una vera e propria rivoluzione nel modo di vita dei Nativi. Da sedentari quali erano, iniziarono a spostarsi con maggior frequenza. Al cavallo fu attaccato il travois, un traino privo di ruote. Tra i vari cambiamenti portati dal nuovo stile di vita, mutò anche il modo di fare la guerra tra le varie tribù. Si tenga presente che lo stato naturale delle famiglie indiane era quello belligerante. Fare la guerra era un mezzo per acquistare onore e prestigio in seno alla tribù.
In Asia centrale l’addomesticazione del cavallo avvenne 3000 anni a.C. Nella Mesopotamia e in Siria il cavallo fu utilizzato come cavalcatura a partire dal XIII secolo a.C.

Gli indiani d’America non conoscevano il ferro. Per armi usavano arco e frecce al pari degli uomini primitivi.
2500 anni a.C. l’uomo occidentale scoprì il bronzo e attorno al 1400 a.C lavorò il ferro. Nel III secolo d.C. fu scoperta la polvere da sparo e pochi anni dopo le prime armi da fuoco.


Le grandi civiltà dell’occidente (Sumeri, gli Accadi, gli Elamiti, gli Amorrei, i Babilonesi, gli Ittiti, gli Aramei, i Fenici, gli Egiziani, i Greci, i Romani), erano già da tempo nate e progredite ed altre erano subentrate.
Gli indiani d’America al contrario sono rimasti allo stato semi primitivo.

Alla luce di ciò viene da domandarsi come mai gli indiani d’America erano così indietro al resto del mondo.
Indietro anche ai loro stessi cugini, gli “indios” che una volta popolato il centro America e il sud America avevano sviluppato civiltà progredire come gli Aztechi, i Maya, gli Inca.

Le ragioni semplicistiche di tale arretramento culturale e tecnologico, da molti viene fatto risalire alla natura pacifica e rispettosa della natura degli indiani d’America. Troppo poco per giustificare 20.000 anni di mancanza di progressi, come se fosse un popolo addormentato. Un popolo che una volta esplicati i doveri di sopravvivenza, per millenni ha trascorso il proprio tempo nel più completo ozio famigliare, al riposo, alla danza, alle scorribande.

E’ evidente che a causa del millenario ritardo, il popolo dei nativi americani era completamene impreparato a fronteggiare situazioni esterne con civiltà più evolute. Nè si può pensare che l’uomo bianco non sarebbe mai arrivato nelle Americhe. Che sia stato Colombo o altri la scoperta delle Americhe era un fatto scontato. Ed anche il destino degli indiani d’America.


IL CONTESTO STORICO

I molti fattori per cui gli europei e i loro discendenti esplorarono il cosiddetto Nuovo Mondo, sono compresi nel concetto del Rinascimento, periodo che fece emergere l’Europa dal Medioevo. Dal punto di vista politico c’era una tendenza verso uno Stato-nazione unificato e centralizzato, partendo dal sistema feudale.
L’esplorazione divenne perciò un obbiettivo nazionale. Dal punto di vista economico c’era un fabbisogno crescente di nuovi mercati e di importazioni specifiche per una popolazione in rapida espansione.
Nel contempo per molti coloni era la opportunità di una nuova vita per sfruttare le grandi risorse che il nuovo continente offriva. Le nuove imbarcazioni europee erano ora in grado di tenere gli oceani.

L’esplorazione non si sviluppò solo in seguito al Rinascimento, ma ebbe un suo proprio sviluppo, in quanto le notizie sul Nord America e sui suoi abitanti, rivoluzionarono la visione del mondo da parte degli europei. Per le generazioni successive, che soffrivano per la sovrappopolazione, per la povertà e le persecuzioni religiose in Europa, l’America del Nord divenne un simbolo di speranza e di vita nuova.


I COLONI.

Quando i primi coloni americani si spinsero all’ovest, è plausibile pensare che gli indiani fossero l’ultimo dei loro pensieri. Probabilmente, non erano nemmeno a conoscenza della loro esistenza.

Nell’Almerica settentrionale gli indiani d’America non dovevano essere più di 12 milioni. E non erano per niente accoglienti e pacifici. I nativi del luogo vedevano i coloni come degli usurpatori delle loro terre.

All’inizio della colonizzazione per molti aspetti la vita dei bianchi poteva anche assomigliare  a quello degli indiani perché veniva  a trovarsi in condizioni ambientali simili. I primi che si erano spinti nel West  erano semplicemente cacciatori e commercianti e in piccolo numero. In fondo si assimilavano in qualche modo agli indiani. Era il sogno di ogni contadino. Si raggruppavano quindi in carovane più o meno grandi,  affrontavano il lungo viaggio pieno di pericoli dei quali l’attacco degli indiani non era il più grave: era molto più facile morire in incidente o di malattia che uccisi dai pellerossa. A volte  si trattava di dissidenti religiosi che cercavano una terra libera dove fondare proprie comunità autonome (i famosi Mormoni, ad esempio).

Il viaggio era lentissimo e ogni giorno si riuscivano a coprire al massimo 20 miglia se la stagione era buona e se il tempo era clemente, altrimenti la strada percorsa diventava proprio poca.
I pericoli erano sempre in agguato. Per questo i pionieri cercavano di organizzare gruppi di carri, in maniera da sostenersi l’uno con l’altro nei momenti del bisogno. Inoltre, stare in gruppo serviva a tenere lontani gli indiani quando si attraversavano le loro terre. Gli attacchi alle carovane erano infatti molto rari, mentre erano frequenti quelli ai carri isolati. Nel 1850 si raggiunse l’apice dei trasferimenti di persone a ovest: 55.000 pionieri spinsero i loro carri sulle piste della frontiera.

Le scorrerie. Per gli indiani era perfettamente lecito, anzi meritorio operare delle scorrerie presso le altre tribù per procurassi dei beni. I giovani per acquistare prestigio, per farsi belli agli occhi delle ragazze, facevano l’ardita impresa di assalire o rubare presso gli altri gruppi. Questo fatto entrava nella logica e nello spirito di quei bellicosi guerrieri e ciascuna tribù ricambiava allo stesso modo. 
Gli indiani potevano assalire diligenze e fattorie semplicemente per predare secondo i loro usi tradizionali dato che poi i bianchi possedevano una quantità di oggetti che essi non erano in grado di produrre e  apparivano quindi ricchissimi. Ma se per gli indiani erano imprese gloriose  per i bianchi era tutta altra cosa: gli indiani  erano considerati  ladri , rapinatori, assassini , criminali comuni insomma non soldati  secondo la concezione europea.  Per questo essi invocavano l’intervento dell’esercito come per reprimere dei crimini più che combattere un nemico.

Adozione dei bambini. Ancora più tragiche conseguenze ebbe ì’uso indiano di adottare bambini  superstiti.  Essi non rapivano bambini ma nelle continue guerriglie avveniva che restassero, dopo lo scontro, dei bambini orfani. In questo caso gli indiani adottavano ed allevavano tali bambini come propri. Da un punto di vista dei bianchi si trattava di un rapimento di bambini, uno dei crimini più nefandi che si possa concepire. 


LO SCONTRO.

Per quanto non avessero il concetto di proprietà privata e che la terra apparteneva a tutti, ben presto gli indiani si resero conto che gli uomini bianchi la pensano diversamente. Non volevano solo stabilirsi in qualche terra, ma che stavano per perdere quelle che loro consideravano le loro terre.

Man mano però il numero dei bianchi aumentava, arrivavano i coltivatori che recintavano le terre, arrivavano i grandi allevatori che si appropriavano dei pascoli e l’avanzata dei bianchi diventava una valanga incontenibile.
I bianchi parimenti erano disposti ad accettare che gli indiani restassero nei loro territori assegnando ad essi dei terreni da coltivare: ma gli indiani non erano agricoltori, non comprendevano proprio questo modo di vivere, era una cosa che andava al di la della loro possibilità, del loro stile di vita.

A questo punto il mondo degli indiani e quello dei bianchi diventavano inconciliabili. Uno dei due doveva soccombere.

Il resto è storia. Gli anni che andarono dal 1856 al 1858 furono particolarmente sanguinosi sul fronte texano a causa del massiccio spostamento dei coloni all’interno della terra Comanche. Seguirono dolorosissimi scontri che posero fine alla resistenza del popolo Comanche. Ci furono la Battaglia di Little Robe Creek e la spedizione di Antelope Hills nel 1858, le quali rappresentarono un durissimo colpo proprio nel cuore della Comancheria. Anche le tribù più numerose, come i Sioux e gli Apache, decidono di opporsi con le armi.

Ulteriori scontri e vere e proprie battaglie tra i coloni e gli indiani continuarono nel 1860, che durante la Battaglia di Pease River le milizie texane distrussero un campo indiano scoprendo in seguito di aver recuperato la famosa Cynthia Ann Parker, quella ragazzina che era stata rapita dai guerrieri Comanche nel 1836.

Nel 1864 invece avvenne una delle battaglie con gli indiani che fu ricoperta di infamia non appena se ne conobbero i contorni precisi. Parliamo del Massacro del Sand Creek. L’esercito americano compì una strage sterminando un intero villaggio, donne e bambini compresi.

Il conflitto tra bianchi ed indiani continuò anche durante la guerra di secessione, nonostante quasi tutta l’attenzione del governo unionista fosse chiaramente riposta sul fronte bellico col Sud ribelle.

Nel 1876  i nativi americani riportarono un’importantissima vittoria contro il Settimo reggimento di cavalleria dell’esercito americano, uccidendo tutti i soldati e riuscendo anche a uccidere il loro comandante, il generale George Armstrong Custer.

Fra il 1891 e il 1898 tutti i Nativi vennero relegati per sempre nelle riserve, ad eccezione dei Chippewa che diedero origine ad una rivolta, terminata in un bagno di sangue.



Gli indiani d’America oggi.

Alla luce di questi avvenimenti, possiamo dire che la “orgogliosa” difesa della loro terra, della loro libertà, il rifiuto a vivere in diverse condizioni di vita, ha indotto gli indiani d’America gradualmente a condurre una vita da emarginati, ai margini della vita sociale americana.

Se gli indiani avessero avuto un maggior senso politico e di unione avrebbero dovuto accettare le terre a loro assegnate per formare uno stato indipendente da loro governato. E quest’ora gli Stati Uniti d’America forse avrebbe un Stato tutto indiano.

Oggigiorno, a seguito di un censimento risalente ormai al lontano 1980, ci sono più di un milione e mezzo di indiani negli Stati Uniti. Gli indiani sono liberi di vivere ovunque. Si parlano ancora più di 100 lingue diverse.  Alcuni Indiani sono riusciti a migliorare il tenore di vita sfruttando le fonti naturali della terra come il petrolio, ma la maggior parte conduce tutt’ora una vita molto misera e semplice nell’isolamento rispetto al resto della popolazione.
I nativi americani oggi sono ancora molto orgogliosi delle loro tradizioni e del patrimonio della tribù, non vogliono “accordarsi” con la civiltà bianca, non capiscono che i loro standard di vita devono essere migliorati.


CONCLUSIONE

Gli indiani d’America hanno perduto la loro battaglia perchè non hanno saputo diventare un popolo unito. Per la loro vita senza stimoli, e si sono fatti trovare impreparati nel fronteggiare le minacce esterne.

Non bisogna meravigliarsi se anche oggi valgono le stesse regole. In ogni campo, dalla informatica, allo sviluppo tecnologico, alla economia. Saranno sempre perdenti coloro che non si fanno trovare pronti alle nuove sfide.

homeansa ritorna
a Pianeta Terra

ritorna
alla Home Page
Pubblicato in Cultura | Contrassegnato | 3 commenti