La terra in Emilia Romagna si è accorciata

Ci hanno spiegato che il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna ha provocato un sollevamento del terreno in alcune zone il cui valore massimo è pari a circa 15 centimetri, e lo spaccamento della faglia sismica viene identificato a 1/2 Km di profondità.
Questi dati sono stati rilevati dai satelliti radar di Cosmo-SkyMed dell’Asi.

Ci hanno anche spiegato che la causa di questo terremoto è dovuta alla placca africana che spinge verso nord, verso quella eurasiatica.

Fin qui tutto regolare – interviene il mio cane – Infatti se due placche si scontrano, mentre una si infila sotto, l’altra si solleva. A questo punto da qualche parte dovrebbe mancare della terra, proprio relativa a quella parte di terra che si è infilata sotto.

Perbacco! Ottima osservazione per essere fatta da un cane – rispondo al mio caro fedele amico.

Per non fare la figura dell’impreparato vado zitto zitto sul sito dell’Istituto Nazionale di Astrofisica per informarmi e gli rispondo.
Caro Bleff, la superficie della Terra è in continuo movimento, e i terremoti sono purtroppo lì a ricordarcelo. (introduzione ad effetto che non è niente male).
Oggigiorno ci sono tecniche che ci permettono di calcolare spostamenti anche millimetrici.

E questo come avverrebbe? – mi domanda il mio pit.

Ok! Ci sono sparsi in tutto il mondo una serie di antenne di radioastronomi che studiano e misurano da 27 anni il moto delle placche.
Nel nostro caso c’è un radiotelescopio a Medicina dell’INAF, in provincia di Bologna, e un altro di stanza all’antenna di Wettzell, in Germania, a oltre 500 chilometri di distanza.
L’ultima misurazione tre giorni prima del forte sisma le due radioantenne distavano 522 chilometri 461 metri e 12 centimetri l’una dall’altra. Oggi, millimetro più millimetro meno, quella distanza si è ridotta a 522 chilometri 461 metri e 7 centimetri. 5 centimetri in meno su 500 chilometri.

Come è avvenuta questa misurazione? – mi domanda ancora il mio cane.

Giusto. La misurazione è avvenuta grazie alla tecnica VLBI (Very Long Baseline Interferometry).
In pratica vengono utilizzati i segnali che vengono emessi dalle radio-sorgenti extragalattiche, in particolare le quasar. Non si fa altro che misurare il ritardo con il quale il segnale proveniente dalle quasar arriva a un’antenna rispetto all’altra. Ritardo che è collegato in maniera diretta alla distanza fra i radiotelescopi. Ripetendola nel tempo a intervalli regolari, si riesce a capire quanto varia.
In realtà, non vengono usate solo due antenne, ma di più, anche sei o sette. E questo ci mostra come le placche tettoniche sulle quali le antenne sono situate si avvicinano o si allontanano l’una rispetto all’altra.

Guardando la mappa europea (vedi immagine), in effetti, è facile notare come le frecce che indicano lo spostamento delle antenne riguardino esclusivamente le tre stazioni VLBI italiane. Gli altri radiotelescopi, situati sulla placca eurasiatica, negli ultimi decenni sono rimasti pressoché immobili l’uno rispetto all’altro.
I tre di Medicina (BO), Matera e Noto (SR), al contrario, presentano spostamenti planimetrici – cioè, orizzontali – che variano dai 2.2 mm di Medicina in direzione nord-nordest fino ai 5 mm all’anno di Noto, in direzione nord-nordovest.

Molto bella come spiegazione – mi osserva il mio sapientone di cane – ma faremmo bene a chiederci che fine abbiano fatto. Perché quei 5 centimetri di pianeta erano lì, su questo non c’è dubbio.


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Ingegnere. Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu. (Massimo Troisi)
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