Gli studenti universitari hanno capito veramente la riforma?

  

Ho forti dubbi.

Il 1968 era il mio primo anno di università. Ingegneria alla Sapienza di Roma. Le aulette del biennio, così venivano chiamate, per chi si ricorda di quei tempi ce ne erano due appena entrati nella università sulla sinistra e due sulla destra oltre a quelle di Via A. Scarpa. Sempre piene e tutti a studiare mentre altri studenti tenevano occupata la università per protesta contro i baroni della università e invocare una riforma universitaria.

Oggi che quella riforma finalmente sarà legge, quella stessa gioventù ingannata da certi furbacchioni che nulla hanno a che fare con gli studi protesta contro una riforma universitaria a protezione dei baroni.  Come cambiano i tempi.
Comunque la si voglia vedere la cosa,  il senso della riforma è di mettere ordine nei concorsi clientelari dei baroni che creano proprio precariato.
Al di là degli slogan incrociati di questi giorni, la riforma ridisegna davvero le università italiane. Cioè quella di un’università dove i concorsi, che dovrebbero selezionare i migliori, paradossalmente costituiscono l’origine marcia, la madre di tutte le corruzioni degli atenei italiani. Concorsi di cui si conoscono a priori i vincitori, parente, amico, protetto, oggetto di scambio di un barone o di un gruppo di baroni.

Eppure gli studenti scioperano per il mantenimento di questa mafia universitaria.
La legge Gelmini taglia le loro unghie prevedendo che nei consigli di amministrazione possano sedere anche dei non accademici. Sembra un principio elementare, e non si capisce perché se ne debba discutere, come se fosse scontato che un docente di letteratura italiana o di fisica debba per forza essere anche un buon amministratore.

Checché se ne dica l’università deve essere amministrata anche con criteri di gestione manageriale, se vuole funzionare. È giusto che i fondi pubblici di cui potrà disporre ogni ateneo siano in relazione ai risultati ottenuti. Si tratta di un principio basilare del liberalismo, della competitività, della gestione d’impresa (quella che viene insegnata proprio nelle università) , delle speranze di vittoria: vale per gli studenti nell’ottenimento delle borse di studio come nelle aziende bene amministrate, perché non dovrebbe valere altrettanto per l’istituzione che, più di ogni altra, deve essere formativa?

C’è chi sostiene, polemicamente e strumentalmente, che i fondi sono stati ridotti. Gli osservatori più equilibrati riconoscono che i fondi, nonostante la crisi generale, sono rimasti al livello del 2007-08. Si può discutere successivamente se sono sufficienti o no, ma gli sprechi devono essere eliminati. E’ un obbligo. E in tempi di crisi ognuno deve fare la propria parte. Perché sono un affronto alla crisi di ogni settore dove ognuno si da fare per eliminare il superfluo e non si capisce perché non lo dovrebbero fare le cattive gestioni universitarie.

C’è poi chi confonde il precariato con il merito. La riforma introduce la figura di docenti giovani in prova per sei anni, che verranno confermati in base a «risultati positivi nell’insegnamento e nella ricerca». Che c’entra con il precariato? Se hai ottenuto buoni risultati verrai confermato e presumibilmente promosso, se non li hai ottenuti verrai giustamente invitato a cercare un altro lavoro, come succede in tutte le professioni e lavori del mondo. A questo proposito è davvero stravagante l’emendamento proposto dall’Udc, che vorrebbe abrogare il Comitato dei garanti per la ricerca, introdotto su proposta del Gruppo 2003, ovvero i trenta ricercatori italiani i cui lavori hanno ottenuto il maggior numero di citazioni nelle pubblicazioni scientifiche di tutto il mondo. Occorre informare d’urgenza l’Udc che la ricerca è alla base della vita stessa di un’università che non sia soltanto un conseguimento della laurea. E che la riforma Gelmini – per quanto migliorabile – va proprio in quella direzione.

C’è chi dice che questa riforma è contro il futuro degli studenti. Non ho letto nulla nella riforma che vada contro gli studenti. Gli studenti devono solo studiare e l’università fornire loro la cultura per affrontare il mondo del lavoro. L’università non è un parcheggio per sfaticati, fabbrica di disoccupati.

In breve:

1-il ricercatore oggi resta a vita sottopagato.
 Ora entra con un contratto a tempo determinato che, tra rinnovo e proroga, può durare fino ad otto anni. Al termine di questo periodo o riesce a diventare professore associato oppure lascia la carriera universitaria per altro lavoro magari in qualificate industrie, accontentandosi di qualche titolo in più per i concorsi pubblici.

2-i concorsi attualmente sono gestiti direttamente dalle università. L’università può decidere se chiamare il vincitore oppure no. Questa è l’origine marcia, la madre di tutte le corruzioni degli atenei italiani.
Ora il concorso vero e proprio non c’è più. Al suo posto arriva l’abilitazione scientifica nazionale, una lista che indica i nomi dei professori idonei. La lista è valida per quattro anni e viene stilata da una commissione di quattro professori sorteggiati che valutano i titoli e le pubblicazioni dei candidati. Pescando da quell’elenco, le singole università decidono quali docenti assumere. Il concorso non è più locale ma il rischio del localismo c’è ancora.

3-assunzioni. Sono in mano ai baroni. Non ci sono limiti per assumere professori che sono parenti di chi già lavora nella stessa università o nella stessa facoltà.
 Ora dalla lista nazionale le università non possono chiamare professori che sono parenti di chi già lavora nello stesso ateneo. L’incompatibilità arriva fino al quarto grado, cioè fino ai cugini.

4-rettorato (il barone). Per legge non ci sono limiti al numero di mandato dei rettori.
Ora il rettore può restare in carica al massimo per sei anni con un solo mandato.

5-stipendi: Lo stipendio cresce con il meccanismo degli scatti di anzianità.
Ora Lo stipendio può crescere ma con gli scatti di merito. I contratti a titolo gratuito non potranno superare il 5% dei professori di ruolo.

Occorrerebbe informare d’urgenza di tutto questo quei cialtroni di Bersani & Co, i servi dei baroni, gli studenti ignoranti.


 

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Ingegnere. Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu. (Massimo Troisi)
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Una risposta a Gli studenti universitari hanno capito veramente la riforma?

  1. silvanodonofrio ha detto:

    Due milioni e 600mila euro stanziati per l’acquisto di libri saranno spesi invece per vitalizi e liquidazioni: così il governatore pugliese Nichi Vendola, leader di Sinistra e Libertà, paga gli 8 consiglieri non rieletti ad aprile.
    Tutto ciò avviene proprio mentre proseguono le proteste contro la riforma universitaria del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini.
    L’obiettivo della Regione Puglia è quello di garantire liquidazioni e vitalizi, che tra l’altro da queste parti sono i più alti d’Italia.

    Occorrerebbe informare d’urgenza di tutto questo quei cialtroni di Bersani & Co, i servi dei baroni, gli studenti ignoranti.

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